Lo scenario politico italiano sta attraversando una di quelle fasi di destrutturazione e ricomposizione che tante volte hanno segnato la storia politica nostrana. Partiti che si scindono (a sinistra, come sempre, in questo sono maestri), leadership che cercano di rinascere dalle ceneri di sconfitte brucianti (chiedere a Renzi alle prese con il congresso democrat), movimenti che provano a capire cosa fare da grandi (vedi bivio per il M5S tra forza di governo o di sola protesta).

Ma ancor più caotico e per certi versi indecifrabile appare il futuro di quell’area di #centrodestra che dovrebbe rappresentare, insieme a grillini e democratici, il terzo pilastro dell’assetto tripolare della politica italiana dei prossimi anni.

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Il crepuscolo di #berlusconi sembra ormai irreversibile, anche se con il Cavaliere non si può mai sapere, e quindi la ricerca di un nuovo leader e di un nuovo assetto di alleanze sembra ormai esigenza ineludibile.

Per comprendere rapidamente il grado di scomposizione e rissosità che regna in questo mondo basta volgere lo sguardo alla situazione in Parlamento dove negli ultimi anni si è assistito ad una vera proliferazione di gruppi e gruppetti nati dall’esplosione di quella che fu la coalizione berlusconiana.

Un’area politico-culturale che per molti osservatori rimane maggioritaria, o quantomeno molto consistente, nel paese. Anche a sinistra, molti (da Veltroni a Bersani) temono che il primo blocco elettorale possa essere ancora quello di centro-destra se solo trovasse un minimo di compattezza e un leader – come lo è stato Berlusconi per oltre un ventennio - in grado di assicurare, con le idee e il carisma necessario, la tenuta di una coalizione stabile e unita.

Dal Pdl, oltre alla rinata Forza Italia (i fedelissimi di Silvio) si sono formate, sempre per scissione, la governativa Alternativa Popolare (nuova denominazione degli alfaniani di Ncd), i Conservatori e Riformisti di Fitto, radicati soprattutto in Puglia, l’Ala di Denis Verdini, ex alleato strategico di Renzi (soprattutto al Senato), caduto un po’ in disgrazia dopo la condanna e la sconfitta del fronte governativo al referendum del 4 dicembre.

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Pure nell’area cattolica e (post)democristiana non sono mancate le scissioni e gli addii. Il leader storico dell’Udc, Casini ha abbandonato il partito ora guidato da Cesa per fondare i Centristi per l’Europa. Sempre sul versante destro del panorama politico troviamo, poi, i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni (destinata ad un alleanza nazional-populista con la Lega di Salvini) e il neonato Polo sovranista (frutto della fusione tra Azione nazionale di Alemanno e La Destra di Storace).

E come dimenticare il movimento Energie per l’Italia fondato da Stefano Parisi, ex candidato sindaco di Milano, scelto da Berlusconi come rifondatore e futuro leader dello schieramento e immediatamente messo in disparte per i veti e le gelosie interne ai forzisti. Insomma un gran caos che potrebbe trovare un primo principio ordinatore con il varo della legge elettorale con cui si voterà nel 2018.

Un sistema di tipo maggioritario (con collegi o con premio alla coalizione) potrebbe costringere partiti e movimenti di quest’area a trovare una qualche forma di accordo, pena l’irrilevanza politica e il rischio concreto di finire terzi dopo M5S e Pd.

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La costruzione di un’alleanza elettorale in grado di reggere pare, però, complicata viste le divergenze programmatiche tra la Lega a trazione salviniana sempre più schierata sul fronte dell’Italexit e la Forza Italia di Berlusconi che prova a rientrare a pieno titolo nella famiglia moderata dei popolari europei.

Se, viceversa, fosse la stella del proporzionale ad accendersi i vincoli e le convenienze a riunirsi sarebbero più laschi e ognuno potrebbe testarsi in beata solitudine e far pesare in fase post voto il proprio eventuale pacchetto di seggi, con Forza Italia e Ncd che sperano in questo scenario per la formazione di una maggioranza con il Pd (renziano?) in funzione anti-populisti e sovranisti. #legge elettorale