Finalmente siamo ad un passo dal giorno che tutti, economisti e non, attendevano con trepidazione mista a smarrimento. Sabato 29 aprile l'#Ue sarà chiamata a riporre i vecchi rancori per i dissidenti cugini di oltre Manica, suggellando in modo concorde e senza "ostilità"di sorta (come sottolineato nei giorni scorsi dal nostro premier Gentiloni) i patti definitivi per la divisione dell'ingrato #Regno Unito dalla cara, incompresa Unione europea.

Un negoziato scomodo, se si pensa in termini di condizioni politiche ed economiche ancora piuttosto precarie, soprattutto in vista di un risanamento dell'economia ancora claudicante dell'Ue.

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Le linee guida della #Brexit verrano affrontate finalmente dai leader dell'Unione europea nel Vertice di sabato 29 aprile, e da quanto si sa, i negoziati vertono su alcuni "punti fondamentali", uno tra tutti "maggiori diritti ai cittadini europei che vivono nel Regno Unito", e un conto ben più salato per i cari inglesi, compresa la possibilità per il Regno Unito di avviare accordi per un libero scambio con l'Ue.

Cos'è precisamente la Brexit?

Con il termine Brexit, si intende l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea: atto voluto dal referendum tenutosi nello scorso giugno 2016, che ha definito un netto quanto insanabile distacco di Sua Maestà dal resto della brigata europea; scarso feeling da sempre, per alcuni, già nell'aria dal tempo del rifiuto della moneta unica, il caro Euro.

Il Regno Unito dopo la vittoria del "Leave"

Euro o meno, va riconosciuto che anche dopo la Brexit, avviata dalla vittoria del referendum inglese del "Leave", la Gran Bretagna resta uno Stato importantissimo con cui trattare.

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In passato la sua aderenza all'Ue ha permesso ai vicini di oltre Manica di non rimanere isolati rispetto a innumerevoli decisioni riguardo aspetti economici e geopolitici; ma con il risultato del referendum e l'avvio della Brexit, le cose cambiano. Con la vittoria del "Leave" con il 51%, infatti, d'ora in poi sarà quasi assurdo considerare le popolazioni di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, tecnicamente degli extracomunitari, senza contare che dopo l'effettiva uscita del Regno Unito dall'Ue il Governo inglese dovrà affrontare la questione spinosa del malumore di chi ha invece votato per il "remain", come per esempio la Scozia. In molti si interrogano, tra l'altro, anche su come cambierà il mondo dei "lavoratori di Londra" d'ora in poi. Alcuni pronosticano infatti che proprio la City potrebbe subire un contraccolpo consistente. Con la Brexit, infatti, Londra perderà i diritti di passaporto, e di conseguenza l'equivalenza con i servizi finanziari dei Paesi europei [VIDEO].

Cosa cambierà dopo la Brexit per i cittadini europei che vivono nel Regno Unito

Uno dei punti fondamentali del vertice riguarda i diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito, circa 3 milioni.

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Le novità in merito sono numerose nella nuova bozza che verrà presentata il 29 e che definirà le ultime clausole della Brexit. Cominciamo dall'acquisizione, per esempio, della residenza permanente per i cittadini europei (residence permit) che a quanto pare scatterebbe dopo solo un periodo di cinque anni di residenza legale e continuativa. Tuttavia Londra rassicura chi vive nel Regno Unito, ribadendo che dopo la Brexit i cittadini europei non perderanno i diritti acquisiti. Per chi vorrà andare a vivere nel Regno Unito, però, non sarà affatto semplice d'ora in poi, poiché dovranno necessariamente dimostrare di avere un lavoro di un certo tipo, e "non uno qualsiasi". Per chi vorrà andare a studiare nel Regno Unito, invece, i costi non saranno più agevolati dai benefici che un tempo garantiva l'Ue: uno tra tutti, l'esenzione dalle tasse. Se gli studenti europei fino ad oggi pagavano infatti le stesse tasse dei britannici, equivalenti a 11 mila euro l'anno, in futuro potrebbero pagare molto di più, risultando di fatto "studenti extraeuropei".

Relazioni economiche con l'Ue dopo il 29 aprile

Sulle future relazioni economiche e commerciali tra Ue e Regno Unito dopo il percorso Brexit, si evince invece che il governo britannico non intende rimanere nel Mercato Unico, ma nutre l'ambiziosa speranza di competere con un "sistema di libero scambio". Le premesse per i nuovi accordi in merito, per ora sembrano esserci, poiché tutti i 27 membri si sono dimostrati favorevoli a intavolare i nuovi accordi di libero scambio con Londra: l'accordo prevede anche menzioni specifiche sul fatto che la Brexit costerebbe anche economicamente al Regno Unito, il quale dovrebbe far fronte ad un accordo finanziario che includa i precedenti impegni assunti nel bilancio dell'Ue, nonché con la Banca Centrale Europea e il Fondo Europeo di Sviluppo. Tuttavia è noto che per compensare la "mancata entrata economica" proveniente dal Regno Unito del bilancio comunitario (circa 20 miliardi e 522 milioni di euro su un totale di 152 miliardi) sarà necessario, almeno all'inizio, diminuire i fondi dell'Ue per i paesi membri, o nella peggiore delle ipotesi aumentare i contributi per i paesi rimasti.

Cosa è necessario sapere sulla Brexit: L'art. 50 del trattato di Lisbona

Fondamentale per la Brexit, l'articolo 50 "delinea il percorso di uscita volontario di uno Stato membro dall'Ue", il tutto sintetizzato in circa 264 parole e 5 paragrafi. Sommariamente, l'articolo 50 stabilisce che il governo dello "stato uscente" si premuri di informare il Consiglio europeo dell'iniziativa, e di conseguenza si avviino il prima possibile i negoziati, finalizzati a sancire tutti gli accordi in modo da stabilire le cosiddette basi legali del futuro rapporto che tale stato avrà nei confronti di Bruxelles. Ciò che probabilmente non si sa, è che tale articolo non è mai stato invocato finora, se si calcola che il caso precedente della Groenlandia (appunto il primo Paese in assoluto a votare per l'uscita dall'Europa) si era svolto con sfondo lo scenario CEE, soggetto che precede l'Ue.

Altra cosa importante da sapere: quando uno stato ha informato come di dovere l'Ue sulle sue "intenzioni di uscire", avrebbe a disposizione due anni per negoziare nuovi accordi, passati i quali cesserà di essere soggetto ai trattati Ue. Nonostante in molti abbiano lamentato la presunta "vaghezza dell'articolo", tuttavia la cosa tassativa resta il margine di tempo inderogabile di due anni, sempre escludendo eventuali proroghe da prendere all'unanimità. Potrebbe presentarsi il caso, tra l'altro, di un mancato accordo nei due anni: in questo caso non vi saranno le condizioni necessarie per i rapporti giuridici e commerciali con Bruxelles.

Il Regno Unito potrebbe ripensarci?

In teoria nulla vieta l'eventualità di una marcia indietro sulla Brexit. A spiegarlo, paradossalmente, è stato proprio l'ambasciatore inglese John Kerr, cercando di evitare in ogni modo "l'irreversibilità" dell'invocazione dell'articolo 50, che per l'appunto sarà attivato, come si sa, il 29 aprile, giorno in cui il governo invierà l'attesa lettera al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Lo stesso, ha riferito che giovedì 30 sarà pubblicato il decreto governativo, che scatterà non appena Londra sarà ufficialmente fuori.

L'inizio dei negoziati, dopo il 7 maggio

Secondo i calcoli, i negoziati per la Brexit avranno inizio dopo le presidenziali francesi del 7 maggio. Michel Barnier, il capo negoziatore, si è espresso con ottimismo al riguardo, precisando che prevede meno di 18 mesi di negoziato. Piccolo appunto: qualcuno dubita sulla possibilità effettiva di un accordo reale entro i due anni previsti, primo tra tutti Kerr, il quale ha stimato "una possibilità del 50% della riuscita dei negoziati entro i tempi previsti" o al limite una fase di transizione più lunga di circa un decennio, per un assestamento definitivo del "processo Brexit".

A tal proposito, si è dimostrato ironico il commento dell'ex capo del gabinetto Gus O'Donnel, che anticipando il referendum, aveva paragonato l'uscita di Londra con quella della Groenlandia, asserendo che se i primi ad uscire avevano solo il problema del pesce (con una popolazione di poco inferiore ad una piccola frazione di Londra) e nonostante tutto hanno impiegato ben tre anni per completare l'uscita, nel caso del Regno Unito, ritiene altamente improbabile che tutto si possa risolvere nell'arco di tempo di soli due anni.