Penisola Infelice. Con questo nome potrebbe tranquillamente delinearsi il quadro della penisola coreana in ultimi giorni. Perché se in un certo senso siamo quasi abituati a vedere la #corea del nord come uno stato oppresso da una dittatura al limite del credibile, altrettanto non si può dire della Corea del Sud, da molti anni considerato paese prospero, democratico ed in via di sviluppo.

Una penisola, quella coreana, divisa ormai da lungo tempo, che vive in uno stato perenne di allerta e di tensione tra Nord e Sud o meglio tra la Repubblica Democratica Popolare di Corea (Nord) e la Repubblica di Corea (Sud), divisi in tutto e per tutto: filomaoisti e in regime monopartitico i primi; con un parlamento democratico, filo capitalisti e legati agli Stati Uniti i secondi, entrambi protagonisti della #guerra omonima che coinvolse buona parte del mondo negli anni ’50 e che formalmente non si è mai conclusa nonostante l’armistizio.

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Con le due parti che rivendicano sovranità sull’ intera penisola e che sono separate soltanto dalla cosiddetta zona demilitarizzata coreana, una striscia di terra che segna il confine tra le due nazioni, trasformatasi involontariamente in una riserva naturale.

La Corea del Nord e la guerra con gli USA che si avvicina.

Uno stato quasi fantasma, chiuso in se stesso con un cruento regime dittatoriale e un leader amante della pena di morte. Questa è la Corea del Nord e il suo leader (supremo leader per i nord coreani), Kim Jong-un è oggi un personaggio noto il tutto il mondo: sia per le cruenti notizie che lo riguardano e spesso giungono dal suo stato, sia per le continue minacce a Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone e sia per lo sviluppo di armamenti bellici che pare vogliano portare alla bomba atomica.

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In un momento assai delicato e all’ indomani dell’ attacco statunitense in Siria, gli occhi del mondo sono puntati proprio sulla Corea del Nord e sulle opzioni disponibili sul piatto del presidente americano #Donald Trump. Opzioni che coinvolgerebbero altre nazioni, in primis la Corea Sud.

Le opzioni di Trump

L’alzarsi del vento di guerra, ha portato lo stato maggiore della difesa americana a porre sul tavolo del presidente le azioni possibili da effettuarsi in Corea del Nord. Azioni che coinvolgono direttamente l’alleato Sud e che non piacciono alla Cina, vista anche la paura di una crisi umanitaria.

Tra i possibili interventi c’è quello informatico per danneggiare i sistemi di lancio missilistico Nordista, opzione non sufficiente perché i sistemi dei bunker sotterranei non verrebbero hackerati.

Più rischiosi i tentativi di operazioni segrete per un sabotaggio fisico dei lanciamissili che, stimati in oltre 200, non potrebbero essere tutti raggiunti dall’ intelligence statunitense e sudcoreana.

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Rimangono in pista le opzioni più drastiche ossia quella dell’ assassinio del leader coreano da parte dei servizi segreti americani, oppure l’attacco convenzionale con basi in Sud Corea e Giappone con un incognita sugli effetti che questi potrebbero avere sui fragili equilibri tra le potenze mondiali, in particolar modo se gli Stati Uniti passassero da un attacco convenzionale a un attacco di tipo nucleare.

Rimane dunque, almeno al momento, l’ipotesi meno pericolosa quella dell’ utilizzo della diplomazia che potrebbe sfruttare anche l’apporto della Cina; in pratica unico paese con cui la Corea del Nord ha rapporti stretti.

Corea del Sud nelle mani statunitensi?

Alle prese con lo scandalo tangenti e con la destituzione da parte della Corte Suprema della presidentessa Park Geun-hye ora in carcere, la Corea del Sud si trova in un momento di fragilità politica che la rende vulnerabile a Pyongyang e strumento nelle mani degli Stati Uniti.

Potrebbero essere infatti ricondotti nei pressi di Seul gli asset nucleari smantellati 25 anni fa, che sarebbero anche i primi ricollocamenti dalla fine della guerra fredda. Un’azione provocatoria che esporrebbe a rappresaglie la Corea del Sud, comunque alleata statunitense oggi cosi come durante la guerra di Corea, che verrebbe difesa tramite pattugliamenti e bombardieri strategici collocati in via permanente nell’ Isola di Guam. Proprio la Corea de Sud pochi giorni fa, chiese rassicurazioni al governo statunitense sulla questione, col segretario di stato americano che dichiarò finita l’era attendista lanciata da Obama.