Che sia stata una geniale trovata di marketing o un mero azzardo dal punto di vista giornalistico, la pubblicazione delle #intercettazioni telefoniche tra Matteo Renzi e suo padre Tiziano hanno generato un nuovo delirio nel dibattito politico italiano. La questione è delicata da qualunque prospettiva la si voglia scrutare: è lecito affidare alle rotative i pensieri e i sentimenti privati di due personaggi pubblici? Una risposta netta e condivisa non era stata data nemmeno ai tempi di Silvio Berlusconi, anni nei quali le intercettazioni hanno costituito uno strumento utilizzato da molti per accelerare il defenestramento dell’ex Cavaliere dai Palazzi del potere.

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Le anticipazioni del libro di Marco Lillo (Di padre in figlio ndr), giornalista de Il Fatto Quotidiano, non hanno fatto altro che riproporre una sostanziale lacuna legislativa che la stessa politica ha scelto di dimenticare. Per passare dalla posizione di carnefice a quello di vittima, del resto, è questione di un attimo. Un concetto però non così scontato per i tanti che ora all’interno del Partito Democratico puntano il dito contro la cosiddetta gogna mediatica, che ha destabilizzato l’integrità politica di Renzi figlio.

L’ira di Re Giorgio

Chi conosce bene la portata emotiva e politica del potenziale utilizzo delle intercettazioni è Giorgio Napolitano. Il Presidente emerito della Repubblica è entrato a piedi uniti nel caos generato dai virgolettati al veleno del libro di Lillo, attaccando senza mezze misure coloro che oggi “gridano all’abuso” e che ieri non hanno voluto dare una risposta all’allarme da lui stesso lanciato.

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Basti pensare all’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia e alla battaglia condotta in prima persona da Napolitano contro la Procura di Palermo (volta alla distruzione delle intercettazioni poi ritenute illegittime ndr). L’ex inquilino del Colle all’epoca la spuntò con un ricorso accolto dalla Consulta e spronò il Parlamento a utilizzare quel precedente per tappare una faglia colossale. Come nel più classico del “ve l’avevo detto”, Napolitano ha rievocato nel suo duro attacco tutti quei moniti caduti nel vuoto, scacciando via in un sol colpo il coro alzatosi alto nel cielo di Via del Nazareno. Al di là della riforma doverosa sull’utilizzo delle intercettazioni, c’è tuttavia un altro tema spinoso legato sempre alle conversazioni registrate e pubblicate tra Matteo e Tiziano Renzi.

Questione di privacy

Tra i tanti capitoli dello scandalo #Consip, quello sulle intercettazioni passate alla stampa è solo uno degli snodi più controversi. Si è discusso - forse troppo - dell’ipotesi secondo cui #Matteo Renzi, avrebbe orientato la conversazione telefonica con il padre con l’intento di apparire agli ascoltatori totalmente estraneo ai fatti.

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Una possibilità che fa il paio con le svariate teorie del sospetto che infiammano ogni giorno i social network e che lasciano il tempo che trovano in assenza di prove strutturali. Ed invece quel che resta da quelle pagine di intercettazioni è lo spaccato di due persone colte nella loro intimità di padre e figlio, nel bel mezzo di uno scambio di battute aspro e crudo. Di elementi “penalmente rilevanti” in tutti i passaggi pubblicati c’è ben poco, ragion per cui viene a decadere il concetto di interesse pubblico. Piuttosto che discutere sulla buona o cattiva fede di Renzi figlio, dunque, sarebbe opportuno riflettere sul confine labile che permane (in questo come in altri casi analoghi) tra il diritto alla cronaca e il diritto alla privacy. Per far ciò non occorre una riforma delle intercettazioni, ma rispettare le leggi già in vigore e competenti in materia.