È ancora viva nella memoria la sera del 29 giugno 2014, quando Abu Bakr al-Baghdadi, nella Grande moschea di al-Nouri, a #Mosul, autoproclamò la nascita dello Stato Islamico. Dopo 3 anni dalla proclamazione della nascita del “califfato”, l’esercito iracheno ha liberato Mosul.

La conquista di Mosul

Insieme alla presunta morte di al-Baghdadi, confermata da Mosca ma smentita dal Pentagono e oggi anche da Teheran, la distruzione della “culla” del califfato, vale a dire la Moschea di al-Nouri, ha segnato un’importante sconfitta morale per lo Stato Islamico che, in queste ultime ore, accusa anche la capitolazione fisica sul campo di battaglia.

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Nonostante le poche milizie jihadiste siano ancora impegnate in un’ultima e disperata difesa per contrastare l’avanzata delle truppe irachene, Mosul può ritenersi libera dall’ombra della bandiera nera dell’#Isis. Inequivocabili le parole del Primo Ministro Iracheno, Haidar al Abadi, deciso a “combattere Daesh (ISIS) fino a quando l’ultimo loro sarà stato ucciso o portato davanti alla Giustizia”.

Le sfide dell'Iraq post-bellica

La conquista di Mosul è certamente un evento cruciale per la caduta dello Stato Islamico, insieme agli ultimi fuochi che stanno consumandosi ad al-Raqqa, in Siria, attualmente circondata dalle milizie arabo-curde, pronte a sferrare l’ultimo attacco per conquistare la “capitale siriana” del califfato. Tuttavia, la presa di Mosul e degli ultimi territori limitrofi, dove ancora sventolano le bandiere dell’ISIS, aprirebbe non solo a nuovi e inediti conflitti, ma soprattutto al ritorno di vecchi conflitti rimasti latenti durante questa “crociata”.

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In primis, si consideri l’eterogeneità del fronte anti-ISIS comprensivo non solo delle varie forze internazionali che hanno partecipato alla riconquista dell’#iraq, ma anche delle numerose anime del popolo iracheno mobilitatosi al fianco dell’esercito regolare. Un forza determinante sul campo di battaglia, tanto siriano quanto iracheno, è rappresentata anche dai peshmerga curdi, una presenza che con ogni probabilità riaprirà la delicata questione dell’indipendenza del Kurdistan, una ricca regione che si espande idealmente tra quattro stati (Iran, Iraq, Turchia e Siria). Il processo di indipendenza e riconoscimento del Kurdistan è tutt’ora osteggiato soprattutto da Siria e Turchia. La stessa natura multietnica del popolo iracheno rappresenta un punto altrettanto spinoso. In tal senso, nel corso della riconquista dei territori iracheni, non sono mancate le ostilità tra sciiti e sunniti. Per esempio, si rammenta quanto accaduto a Saqlawiya, successivamente alla liberazione di Falluja dallo Stato islamico, dove si sono registrati dei veri e propri rastrellamenti, condotti dagli sciiti della Popolar Mobilization Force, a danno della popolazione sunnita.

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Considerando i rapporti tra Al-Qaeda e sunniti-iracheni, la ripresa di queste epurazioni rievocherebbe nuovamente quelle stesse premesse sociali che hanno provocato il sopravvento dell’ISIS.

Garantire e preservare la pace

Quelle esaminate sono solo alcune delle sfide alle quali l’Iraq post-bellica è chiamato a far fronte. Le future scelte del Governo iracheno, circa le modalità di ricostruzione di una nazione non solo in termini urbanistici ma soprattutto politici e sociali, avranno probabilmente una portata più grande della guerra condotta finora contro lo Stato Islamico, perché si possa garantire e preservare una pace duratura.