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Avrà anche ereditato una serie di 'patate bollenti' da Barack Obama. Se vogliamo essere obiettivi, l'ultima amministrazione democratica alla Casa Bianca non ha brillato in politica estera, soprattutto nel suo secondo mandato. Qualcosa di positivo però era venuto fuori, ad esempio la distensione con Cuba e con l'Iran, in quest'ultimo caso sancita dallo storico accordo sul nucleare. Ma nonostante avesse l'opportunità di rimediare ai precedenti errori e di proseguire sulla strada di alcune scelte positive, il successore di Obama sta demolendo tutto, ad iniziare dalla sua credibilità. In meno di un anno alla guida del governo statunitense, #Donald Trump ha aggravato la crisi coreana, ha risvegliato i contrasti con l'Iran, ha creato frizioni con l'Unione Europea e con la Cina (nonostante i cordiali incontri con Xi Jinping).

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L'America è inoltre uscita dagli accordi sul clima di Parigi, Trump ha criticato aspramente la Nato e le Nazioni Unite. Dulcis in fundo, i rapporti con la Russia sono visibilmente peggiorati nonostate ci fossero le premesse per un cordiale colloquio con Vladimir Putin. Le reciproche 'dichiarazioni d'amore' ed la sospetta vicinanza tra i due finita al centro dell'inchiesta Russiagate, non ha avuto seguito nei fatti. In Siria, dove era già evidente la sconfitta politica di Washington, c'è stato il tentativo più maldestro di recuperare terreno. Il presunto attacco chimico che il governo di Bashar al-Assad avrebbe lanciato su Khan Sheikhun non è mai stato supportato da prove concrete, ma è stato il pretesto per il successivo raid missilistico. Una dimostrazione di forza fine a sé stessa. Era chiaro che sarebbe finita lì, altrimenti si sarebbe rischiato lo scontro con la Russia.

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La quale ha invece rafforzato la sua posizione di 'arbitro' nella questione siriana ed ora si prende anche il lusso di accusare Washington di un possibile sostegno alle milizie islamiste che stanno cercando di frenare l'azione dell'esercito siriano a Deir el-Zor. Oltretutto, da parte del governo USA, aver inserito la Russia nell'elenco dei Paesi 'canaglia' destinatari di sanzioni economiche, insieme ad Iran e Corea del Nord, non è certamente preludio di un disgelo. Insomma, di male in peggio.

La Corea del Nord e le sabbie mobili

La questione internazionale che oggi ha la massima attenzione dei media internazionali è senza dubbio la contrapposizione tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord. Non è mai stata così acuta da quando, nel 1953, venne firmato l'armistizio che pose fine alla Guerra di Corea. Le sfrontate azioni del dittatore Kim Jong-un avevano caratterizzato anche il secondo mandato dell'amministrazione Obama, anche se il leader di Pyongyang non si era mai spinto così oltre.

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La strada intrapresa era stata quella delle sanzioni economiche, inasprite di volta in volta. La stessa strada che viene percorsa anche oggi, con l'aggiunta però di un autentico arsenale militare [VIDEO] che Trump ha piazzato intorno alla penisola coreana e la minaccia costante di dare fuoco alle polveri. Se gli Stati Uniti non hanno fatto ricorso alla solita guerra preventiva, è solo perché su tutta la questione pesa l'incognita cinese. Pechino si è allineata alle sanzioni ONU, con la speranza che una maggiore pressione sullo scomodo vicino possa portarlo ad un atteggiamento più prudente, ma se la Corea del Nord venisse aggredita, la Cina potrebbe accorrere in difesa del vecchio alleato militare la cui presenza è un utile deterrente a quella che, al contrario, sarebbe l'assoluta egemonia statunitense nella regione. I rappresentanti diplomatici cinesi hanno detto a chiare lettere che non permetteranno l'invasione statunitense in Corea del Nord [VIDEO] con il conseguente rovesciamento del regime. La situazione è di stallo e la diplomazia annaspa, poiché nessuna delle parti in casua sembra intenzionata a concedere qualcosa. Trump si trova tra i due fuochi: una guerra avrebbe esiti disastrosi ed imprevedibili, ma smobilitare la pressione militare equivale ad una sconfitta politica. La penisola coreana in questo momento è un'immensa distesa di sabbie mobili e da qualunque parte si muova, il presidente americano corre il rischio di affondare.

L'Iran ed i test missilitici

Nel 2015 era stato registrato un fondamentale passo in avanti nei turbolenti rapporti tra Stati Uniti ed Iran, diventati incandescenti sin dalla rivoluzione che aveva segnato il passaggio del Paese dalla monarchia persiana alla repubblica islamica nel 1979. Dopo oltre trent'anni, gli accordi sul nucleare sembravano aver segnato la svolta positiva nelle relazioni tra Washington e Teheran. Le dichiarazioni di Trump in campagna elettorale avevano però lasciato intendere che questa distensione sarebbe stata di breve durata. Di fatto l'accordo è ancora in piedi, cosa abbia intenzione di fare il presidente degli Stati Uniti è un mistero, dato che lui stesso ha annunciato di aver preso una decisione, ma ha detto che per il momento non ha intenzione di rivelarla. Secondo i media internazionali si va verso la 'rottamazione' dell'intesa. Anche Teheran è di questo avviso e le ultime dichiarazioni del presidente Hassan Rouhani sono tutt'altro che diplomatiche. "Noi non minacciamo nessuno - ha detto - ma non tolleriamo minacce da nessuno. L'Iran pertanto rafforzerà le sue capacità militari. Le riteniamo necessarie come deterrente e se si tratta di difendere il nostro Paese, non chiediamo il permesso a nessuno". Dalle parole ai fatti, durante la parata celebrativa della guerra Iran-Iraq, le forze armate iraniane hanno testato un nuovo missile balistico. L'arma si chiama Khorramshahr ed ha una gittata di oltre 2.000 km, in grado inoltre di trasportare più testate. Un chiaro avvertimento nei confronti di Donald Trump. Senza contare che l'Iran, oltre a possedere un potenziale militare non indifferente, è tra i più fedeli alleati della Russia.

Siria: nuove tensioni USA-Russia

Riguardo alla Siria si è detto e scritto di tutto, ma tutta la questione è diventata improvvisamente di secondo piano per la stampa filoamericana [VIDEO] quando ci si è resi conto della sconfitta politica di Washington. Gli attori principali restano Russia, Turchia ed Iran, dai colloqui di Astana si stanno gettando le basi per il futuro politico del Paese devastato da una guerra pluriennale che non si è ancora conclusa. Mentre il governo di Assad e l'opposizione moderata sono riusciti a mettere in piedi una tregua ed un dialogo (grazie al lavoro diplomatico di Mosca), su due diversi fronti va in scena la resa dei conti con l'Isis. Lo Stato Islamico è la scheggia impazzita di tutta la questione, ma da parte di Damasco si è sempre puntato il dito contro Washington ed i Paesi alleati della regione mediorientale, considerati i maggiori 'sponsor' politici delle milizie jihadiste. Oggi si tende a considerare decisamente pretestuosa la 'rivoluzione siriana', orchestrata da governi stranieri con il preciso scopo di rovesciare il potere detenuto da Assad. L'intervento militare russo ha cambiato le sorti del conflitto, le truppe siriane supportate dall'aviazione di Mosca e dalle milizie iraniane e libanesi hanno riconquistato buona parte del territori occupati dalle forze islamiste ed ora stanno 'bonificando' l'area di Deir el-Zor dalle ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico. Contemporaneamente le Forze Democratiche Siriane a maggioranza curda, sostenute dagli Stati Uniti, hanno praticamente espugnato Raqqa, ultima roccaforte del sedicente califfato islamista. Intorno a Deir el-Zor, dove è in corso l'avanzata dell'esercito regolare siriano, Damasco ha però ravvisato 'azioni di disturbo'. Prima ha accusato gli Stati Uniti di mettere in salvo i miliziani dell'Isis; adesso, secondo il ministro degli #Esteri Walid al-Mouallem, sempre Washington starebbe supportando i miliziani dell'ex Fronte al-Nusra che si starebbero spostando da Raqqa per unirsi alla lotta contro l'esercito siriano a Deir el-Zor. La questione è stata discussa in un incontro tra lo stesso al-Mouallem ed il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, a margine dell'assemblea generale dell'ONU. "Se dai territori degli 'amici' americani saranno avviate azioni che complicheranno la nostra lotta contro il terrorismo, incontreranno la nostra reazione", ha detto Lavrov. Ad ogni modo, l'ultima dichiarazione di al-Mouallem relativa alla guerra all'Isis è piuttosto positiva per il governo di Bashar al-Assad. "La vittoria militare contro lo Stato Islamico è ormai vicina - ha dichiarato il capo della diplomazia di Damasco alle Nazioni Unite - e siamo determinati a sradicare il terrorismo da ogni parte della Siria".

L'America è sempre più sola

'America First', lo slogan utilizzato da Trump in campagna elettorale (non originale, se consideriamo che era stato adottato da Woodrow Wilson durante le presidenziali del 1916), sembra pertanto anacronistico dopo poco più di otto mesi dal suo insedimento alla Casa Bianca. Sarebbe più corretto parlare di 'America is alone', l'America è sola e non riesce più ad esercitare la propria influenza sulle questioni internazionali. Al contrario, le tradizionali potenze rivali crescono grazie ad abilità politiche e diplomatiche attualmente sconosciute dalle parti della Casa Bianca e dann luogo a vere intese, vedi il rinnovato asse Mosca-Pechino. L'influenza di Washington perde terreno anche in Europa, dove alcune prese di posizione di Donald Trump sono state poco gradite dalle parti di Bruxelles. Soltanto pochi mesi fa, la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva rinnovato l'invito ai vertici dell'Unione ad 'imparare a camminare sulle proprie gambe'. Questo perchè l'America di Trump si sta rivelando inaffidabile ed imprevedibile. Relativamente alla politica interna, invece, possiamo ridurre 'America First' al conteso e contestato 'Muslim Ban', al progetto del muro messicano e ad una serie intermibabile di tweet poco politicamente corretti. Sono in tema con il personaggio, ma in fondo l'America non aveva mai preso troppo sul serio il miliardario rampante Donald Trump, salvo poi premiarlo nel momento più importante. Una scelta che la più grande potenza economica e militare del pianeta sta già pagando a caro prezzo.