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Tra le ultime dichiarazioni di Matteo Renzi anche un malcelato tentativo di mettere le mani avanti. Secondo l'ex premier, infatti, le prossime elezioni regionali in Sicilia fissate al 5 novembre prossimo non sono affatto un banco di prova per il voto nazionale ancora sine die. La Sicilia, in realtà, è sempre stata in qualche modo una parte importante della colonnina del termometro politico nazionale e rappresenta certamente un test di spessore per le forze che aspirano a governare il Paese nel futuro prossimo. Su un aspetto comunque il segretario del #Pd ha perfettamente ragione. Non bisogna dimenticare, infatti, che in gioco c'è il governo siciliano del prossimo quinquennio.

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Nel 2012 ci furono tre elementi che risaltarono dalle urne della regione più meridionale d'Italia. La vittoria del 'rottamatore' Rosario Crocetta era stata presentata come spartiacque con il passato, unita al crescendo di consensi del M5S che, in effetti, ha trovato conferma anche dai successivi risultati nazionali. Tutti coloro che salirono trionfanti sul carro dei vincitori, però, non potevano trascurare il terzo dato: nel 2012 in Sicilia votarono poco più del 47 per cento degli aventi diritto, meno della metà, la percentuale più bassa di sempre. Chiaro segno che, in fin dei conti, nessuno aveva realmente vinto e che la grande sconfitta dell'isola era la politica in generale.

L'unico vero 'rottame' è la sinistra

Nella speranza che, cinque anni dopo, i siciliani recepiscano l'importanza dell'appuntamento elettorale, ci sono innanzitutto significative novità nell'accampamento del PD.

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Il presidente uscente, Rosario Crocetta, non si ricandida. La notizia era nell'aria ed è stata ufficializzata pochi giorni fa dopo l'incontro del governatore con Matteo Renzi. I renziani, più che mai 'rottamatori', hanno puntato su un nome nuovo, quello dell'ex rettore dell'Università di Palermo, Fabrizio Micari. La candidatura è sostenuta da Area Popolare e dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, oltre che dalle liste Centristi per la Sicilia, Sicilia Futura, Centro Democratico e dai socialisti di Riccardo Nencini. Ovviamente il sostegno di Crocetta fa confluire nelle liste a sostegno di Micari anche il suo 'Megafono', insomma è, a tutti gli effetti, una bella macedonia. La scelta di puntare su un candidato presidente senza evidenti legami con la politica, rappresenta comunque la volontà di Matteo Renzi di tracciare una nuovo corso. Decisione comprensibile che, però, non ha trovato il favore degli scissionisti e della sinistra cosiddetta radicale. Visto con gli occhi dei bersaniani, l'allargamento dello strappo è motivato dalla presenza di Angelino Alfano a sostegno della candidatura Micari.

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Ragion per cui Articolo 1-Mdp ha mandato in campo il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia, Claudio Fava, nome tutt'altro che nuovo, capace di sollevare perplessità anche tra gli schieramenti della stessa sinistra che lo sostiene. Dulcis in fundo, c'è stato il tentativo di Giuliano Pisapia di porsi nel ruolo di mediatore: il risultato non è stato quello sperato, Micari e Fava restano distanti e lo stesso Pisapia ha annunciato che, almeno per il momento, non sosterrà nessuno dei candidati. In mezzo a rottamatori e rottamati, l'unico vero rottame è una sinistra la cui 'faida' non si è ancora conclusa. Magari la Sicilia non sarà un test per le elezioni politiche, ma ciò che accade in prospettiva 5 novembre rispecchia perfettamente gli umori di un'area politica che prosegue incessantemente la stagione dei veleni.

Il centrodestra 'gattopardiano'

Non c'è due senza tre, avrà pensato Nello Musumeci che, per la terza volta, tenta la scalata alla poltrona più importante di Palazzo d'Orleans. Stavolta, la candidatura del leader del movimento civico che si ispira ad una celebre frase di Paolo Borsellino riferita alla Sicilia (Diventerà Bellissima), trova un #centrodestra compatto a sostegno, anche tra coloro che magari lo hanno sempre visto troppo a destra. Musumeci ha un passato dipinto da MSI ed Alleanza Nazionale, con una carriera politica di tutto rispetto che lo ha visto tra gli scranni dell'Europarlamento, presidente della Provincia Regionale di Catania e sottosegretario al lavoro ed alle politiche sociali. Non stupisce il supporto di Fratelli d'Italia e Noi con Salvini, bensì il bene placito di Forza Italia espresso dal coordinatore regionale Gianfranco Micciché. Per provare vincere, però, Musumeci attinge un pò ovunque e fa certamente discutere la sua scelta di inserire nella sua eventuale giunta l'ex assessore del governo Lombardo, Gaetano Armao, e l'ex assessore alla sanità di Totò Cuffaro, Roberto Lagalla. La decisione di prendere a bordo due esponenti di governi che, certamente, non hanno fatto onore alla Sicilia nei risultati e negli esiti finali, sa tanto di strategia 'gattopardiana', di un presunto stravolgimento dove alcuni attori protagonisti sono palesamente gli stessi. Il rottamatore Musumeci, un politico di granito che ha fatto della legalità il suo vessillo, scende dunque a compromessi con esponenti di una politica che, davvero, la Sicilia non riesce a mettere a parte. Potrebbe funzionare da un lato, in Sicilia c'è una parte di 'nostalgici' anche se non si è ancora compreso di cosa, ma anche no. Il risultato di cinque anni addietro dimostra come la maggioranza dei siciliani sia davvero stanca di una politica parolaia e dedica al gioco del cerino. Quello giunto in mano al governo Crocetta era alle battute finali: la sua esperienza a Palazzo d'Orleans non è stata tra le più brillanti, ma nemmeno il più lungimirante dei governatori sarebbe stato in grado, in soli cinque anni, di ricostruire il cumulo di macerie lasciato dalle ultime esperienze amministrative. La scelta di Musumeci, pertanto, potrebbe rivelarsi un pericoloso boomerang.