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La questione passa in secondo o terzo piano sui media occidentali dinanzi ad altri fatti di cronaca o politica. Eppure, questa potrebbe essere una settimana decisiva per uno dei più importanti trattati internazionali degli ultimi anni. Entro il prossimo 15 ottobre, infatti, il presidente americano #Donald Trump dovrà comunicare al Congresso degli Stati Uniti la sua decisione in merito all'accordo sul nucleare con l'Iran. Sarà dunque reso noto il parere della Casa Bianca in merito, se Teheran sta rispettando i termini dell'intesa e quanto questa sia vantaggiosa per gli Stati Uniti. In realtà, la dichiarazione di Trump è attesa per il 12 ottobre: secondo la fonte riportata sul Washington Post, infatti, per quella data è previsto un intervento del presidente direttamente dalla Casa Bianca.

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Le premesse non sono buone, sin dai tempi della campagna elettorale Trump si è scagliato contro l'accordo, definendolo "il peggiore della storia degli Stati Uniti". L'impressione è che il presidente lo voglia 'rottamare', nostante sia considerato il più grande successo in politica estera dell'amministrazione Obama. Ma un'eventuale azione drastica potrebbe avere conseguenze molto gravi: in primo luogo quella di aprire un nuovo fronte di crisi, come se già non bastassero le tensioni nella penisola coreana [VIDEO]. In seconda, ma non meno importante battuta, il rischio è quello di isolare ancor di più Washington da altri Paesi che credono fermamente nell'accordo e tra questi l'Unione Europea nella sua integrità, Regno Unito, Russia e Cina.

Le critiche di Federica Mogherini

La contrarietà di Bruxelles ad un eventuale 'retromarcia' di Washington è stata espressa dall'Alto rappresentante per la politica estera dell'UE, Federica Mogherini, intervenuta a Roma nel corso della ventesima edizione della conferenza 'Edoardo Amaldi', dedicata al problema delle armi nucleari tornato di preoccupante attualità proprio a causa della citata crisi coreana.

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"Occorre concentrare i nostri sforzi su diplomazia e cooperazione internazionale - ha detto la Mogherini - perché impedire la proliferazione delle armi nucleari è uno dei temi più urgenti del nostro tempo. Servono nuovi canali di dialogo, invece di distruggere quelli esistenti". Una chiara frecciata scoccata in direzione della Casa Bianca, nemmeno tanto velata quando la stessa rappresentante di Bruxelles loda l'accordo con l'Iran sul nucleare. "Con il dialogo e la diplomazia è stata raggiunta una soluzione vantaggiosa da ambo i lati ed è stata posta una pietra miliare, prevenendo quella che poteva essere una devastante escalation militare". Federica Mogherini ha poi parlato, ovviamente, anche della crisi coreana dove per il momento non ci sono margini di dialogo. Ma anche in questo caso è necessaria una soluzione diplomatica. "Attuando le sanzioni stiamo facendo una dura pressione sulla Corea del Nord, ma lavoriamo anche alla pacifica denuclearizzazione della penisola".

Rottamazione o revisione?

Le intenzioni di Donald Trump sembrano evidenti, a meno che il presidente non abbia in mente una mossa a sorpresa che, conoscendo l'imprevedibilità del personaggio, non è da escludere del tutto.

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Consiglieri più lungimiranti del 're', infatti, potrebbero intervenire nel tentativo di salvare capra e cavoli, almeno dal punto di vista di Washington. In tal senso, quando dichiarato nei giorni scorsi da James Mattis, porta in questa direzione. Il segretario alla Difesa ha infatti suggerito al Congresso l'idea che l'accordo con l'Iran possa essere rivisto, ma non cancellato del tutto e che, soprattutto, non vengano approntate nuove sanzioni nei confronti di Teheran. Non sempre, del resto, le vulcaniche dichiarazioni di Trump sono in linea con le manovre della sua amministrazione, basti pensare ai 'canali di dialogo' accennati dal capo della diplomazia, Rex Tillerson, nei confronti della Corea del Nord e poi smentiti pochi giorni dopo dal presidente [VIDEO]. La stampa americana, però, non è ottimista in tal senso e, sempre secondo il Washington Post, Trump si limiterà a giudicare 'negativo' l'accordo con l'Iran e passerà la palla al Congresso che avrà sessanta giorni di tempo per approvare nuove sanzioni nei confronti di Teheran.

L'Iran sta rispettando gli accordi

Scontato che l'eventuale revoca degli accordi farebbe montare Teheran su tutte le furie. L'intesa con Washington, sul fronte del presidente iraniano Hassan Rouhani, è stata il frutto di un lungo dibattito politico, con momenti di inevitabile tensione tra il leader del governo islamico persiano e l'ala più oltranzista delle Guardie Rivoluzionarie per le quali l'America è ancora il 'Grande Satana' evocato a suo tempo dall'ayatollah Khomeini. Da parte di Rouhani, pertanto, non c'è la minima intenzione di annullare l'accordo del 2015, né tantomeno di aprire nuovi negoziati che, visti con gli occhi dei 'falchi' di Teheran, sarebbero la dimostrazione che non ci si poteva fidare di Washington e che il presidente ha commesso un grave errore nell'accettare la rinuncia alle armi nucleari. Anche perché, in base al rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'Iran sta pienamente rispettando gli acccordi sottoscritti. "Il regime di controlli a cui è sottoposto l'Iran è molto robusto - ha affermato il direttore generale dell'Agenzia, Yukiya Amano - ed i nostri ispettori hanno accesso totale ai siti. Le nostre informazioni sono quelle di un programma nucleare iraniano molto ridotto rispetto al periodo precedente agli accordi. Teheran sta mantenendo gli impegni".

Le durissime accuse di Trump

L'atteggiamento di Trump, pertanto, appare ingiustificato e il tentativo suddetto di Mattis sembra proprio indirizzato al duplice scopo di salvaguardare gli accordi e salvare la faccia al proprio presidente. Perché, a livello internazionale, Washington avrebbe ben pochi alleati, ad iniziare dalla Russia dove il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov, ha recentemente sottolineato "le conseguenze dannose del ritiro di qualunque Paese dagli accordi con l'Iran, in particolar modo da un attore protagonista come gli Stati Uniti". Le ultime dichiarazioni del presidente americano, però, sono di estrema durezza. Lo scorso 6 ottobre Trump ha dichiarato che l'Iran, "oltre a non aver rispettato gli accordi, sostiene il terrorismo in Medio Oriente". Affermazione assolutamente delirante se consideriamo che Teheran, Paese a maggioranza sciita, è tra i maggiori oppositori dell'islamismo sunnita e le milizie dei Pasdaran combattono tutt'ora al fianco dell'esercito siriano e delle forze armate russe contro l'Isis. In realtà, un Paese il cui governo è stato apertamente accusato di sostenere lo Stato Islamico in Siria ed Iraq è l'Arabia Saudita, fedele alleato politico di Washington. Ma non contento delle sulle precedenti 'bordate', Donald Trump ha rincarato la dose sostenendo che "l'Iran finanzia la Corea del Nord in qualche modo e conduce affari con Pyongyang, cosa assolutamente inaccettabile" e che "Teheran dovrebbe essere trattata appropriatamente".

La politica di Trump 'rafforza' anche la Corea del Nord

Se però c'è un politico che, in questo momento, rafforza l'idea supportata dalla Corea del Nord sulla necessità di dotarsi di un arsenale nucleare, è proprio Donald Trump. Se gli Stati Uniti revocano gli accordi con Teheran, in cui quest'ultima ha negoziato la rinuncia all'atomica, nonostante gli altri attori dell'intesa e le organizzazioni internazionali assicurino il completo rispetto iraniano a quanto sottoscritto, darebbero l'immagine di un partner inaffidabile, indirizzato ad agire con potenza e prepotenza in base ai 'cambi di vento'. Ciò fornisce a Pyongyang dimostrazione pratica e tangibile che è decisione saggia sviluppare un programma nucleare per difendere la propria sovranità ed evitare di finire come Iraq e Libia, i cui precedenti governi sono stati deposti perché non disponevano di un adeguato potenziale bellico. Kim Jong-un ha sempre sostenuto questa tesi, il comportamento di Trump la fortifica. Che poi, se proprio vogliamo dirla tutta, parlare di non-proliferazione nucleare da parte di Washington che, in base alle ultime stime dell'anno scorso, dispone di circa 7.000 testate tra operative ed 'in riserva', ci sembra quantomeno surreale. #Esteri #USA