#Roma, 16 ottobreLorenzo #Jovanotti al Festival del Cinema di Roma incontra il pubblico. Due ore intense di cinema, musica, letteratura e tanto altro. Ad accompagnare il ‘ragazzo fortunato’ in questo viaggio nella cinematografia c’era il direttore artistico della festa Antonio Monda. La sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica gremita: adulti, bambini, giovani, c’è di tutto, un incontro intergenerazionale.

Il direttore dice di averlo corteggiato da tempo, e alla fine è riuscito nell’intento di ottenere la sua presenza alla kermesse, giunta ormai alla sua undicesima edizione. Lorenzo ha scelto ben 15 sequenze filmiche, tra le sue preferite.

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Ma ci tiene a precisare che non ha inserito in questa lista una serie di registi, facendo, come dice lui stesso “delle gravi mancanze”.

Tra gli esclusi nomina cineasti del calibro di Stanley Kubrick, Sergio Leone, Tim Burton, Robert Zemeckis, Alfred Hitchcock e altri. Manca anche la scelta del cinema civile, per intenderci quello del Rosi di Le mani sulla città.

Sono stati lasciati fuori volutamente da Jovanotti per inserirne altri, in modo da presentarsi come un normale ragazzo classe 1966, amante del formato cinema, un cinema vissuto. Si inizia con un pezzo forte degli anni Ottanta: The blues brothers. “È stato una botta vederlo – commenta- è un film dal grande divertimento, o almeno è l’impressione che ho avuto, quella che ci sia stata gioia sul set”.

La seconda preferenza ricade su Saturday night fever, La febbre del sabato sera.

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Siamo nel 1977, all’epoca il film era vietato ai minori di 14 anni. “Quando è uscito avevo 11 anni, ma mi fecero entrare perché ero alto! Per me è importante perché è un’epifania musicale. Improponibile al pubblico di allora. John Travolta nel ruolo di outsider, ma allo stesso tempo eroe di un piccolo mondo: la pista da ballo. Fondamentalmente l’ho scelto per una ragione ritmico fisica: la camminata!”.

Si passa ad un genere completamente diverso, Kill Bill, per la regia di Quentin Tarantino. “E’ un concentrato di idee, il suono delle scene è efficace, un film unico insomma”. Una storia mascherata da tanti piani di lettura. Il nucleo è una madre che fa di tutto per riconquistare la figlia che le è stata portata via. “Su questa trama – continua- Quentin costruisce una giostra visiva intelligentissima ed emozionante. Lo ammetto sono un suo fan devoto”.

Indietro nel tempo, Jovanotti sceglie I 400 colpi di François Truffaut. “E’ il primo film che ho scelto, sono a corto di aggettivi da dare a questa pellicola”.

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“E’ la testimonianza di una solitudine che è l’inizio di qualcosa”.

Primo film italiano, Altrimenti ci arrabbiamo del 1974 diretto da Marcello Fondato. “Lo considero un omaggio ad una presenza importante per la mia formazione, Bud Spencer. Adoro le scene di distruzione, sono essenziali per liberare quella voglia di spaccare per poi ricostruire. Secondo me, il cinema in generale ha la capacità di rappresentare la distruzione in maniera poetica".

Stand by me, film tratto da ‘The Body’ di Stephen King. “Ci invita a riflettere, facendo una domanda: perché il mondo è così ingiusto? Esiste una casualità struggente nel destino. Due sono secondo me le risposte a questa domanda: rinunciare a vivere e vivere il doppio. Scelgo la seconda”.

Yuppi du, 1975. Idealizzazione erotica e mistica allo stesso tempo. Adriano Celentano si improvvisa regista.

One from the heart (Un sogno lungo un giorno) di Coppola. Non ebbe successo ma Jovanotti inserisce  la scena finale che sottolinea l’effetto dell’entrata di una donna nella vita di un uomo: accende la luce.

Timbuktu, anno 2014. Il film più recente selezionato dal cantante, affronta tematiche attuali.

Poi ancora La città incantata, Io Chiara e lo Scuro del 1983, il film russo Andrej Rublev di Tarkoskij, definito un poema per immagini. Taxi driver e Mad Max: fury road, un film di puro intrattenimento. Gran finale: Amarcord di Fellini. “Qui ho rubato l’immagine della canzone Le tasche piene di sassi”.

Una lezione di cinema e non solo. #RFF11