Da novembre a gennaio inoltrato #Salerno si trasforma nella città delle luci, con il centro che attira migliaia di turisti, italiani e stranieri, e i residenti che denunciano di essere fagocitati da una bolla di disservizi. La città si divide tra chi alza lo sguardo per lasciarsi ammaliare dalle installazioni delle #Luci D’Artista, e chi stringe i denti per sopravvivere in una città, a loro dire, incapace di gestire la mole di disagi derivanti dall’evento. Ad oggi, le installazioni attirano l'attenzione nazionale, arrivando a meritare i fondi della Regione Campania per un ammontare di 4,5 milioni di euro. Ad uno sguardo più attento, Salerno appare però come una città divisa tutto l’anno, con quella linea immaginaria che passa da quartiere a quartiere, atta a dividere non solo i territori ma anche i cittadini.

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Se Via dei Mercanti e Corso Vittorio Emanuele brillano di luce propria, l’entusiasmo scema man mano, così come le Luci, passando per Torrione, Mercatello, fino all’Arechi, punta estrema dell’area metropolitana di Salerno.

Così, se il sindaco Vincenzo Napoli, ordina lo sgombero dei #clochard dal lungomare, dai binari della stazione e dalle vie del centro, essi si rifugiano tra le insenature della periferia. E se sembrano scomparsi, sono solo più lontani dallo scintillio ammaliante del Giardino Incantato. Lo scorso ottobre l’amministrazione ha infatti sequestrato coperte, giacche e persino biancheria ai clochard che improvvisavano rifugi di fortuna, in stazione così come sulla foce del canale Irno. La differenza è stata palese, soprattutto ai pendolari che sin dalle prime ore del mattino affollavano la stazione della metropolitana, spesso più mattinieri dei clochard, accampati sotto le ceramiche vietresi che raffigurano le perle della Costiera Amalfitana.

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Fuggire sì, ma dove?

Il messaggio dell’Amministrazione è parso chiaro: "andate via". Ma via dove? Salerno, infatti, è sprovvista di ogni tipo di centro d’accoglienza. E il riparo si fa nuovamente illecito: poco lontano dal fasto delle luci, infatti, sorge lo scheletro ormai inerte dell’ex Pastificio Amato, che dal 1961 al 2009 ha dato lavoro a 140 famiglie salernitane. Dopo il fallimento dell’azienda, l’immobile è stato acquisito dall’amministrazione comunale, che nel 2009 ha dato il via a un lavoro di bonifica ad opera dell’architetto francese Jean Nouvel.

Lo smantellamento della struttura, composta da vari edifici che nel complesso superano abbondantemente i 25mila metri quadri, sembra essere iniziato. Ii silos del vecchio mulino sono stati infatti smantellati, gli infissi rimossi e gli edifici completamente svuotati. A ricordare il passato glorioso, fatto di fatica e tradizione, rimane una scritta sbiadita dal tempo che riporta il logo dell’azienda. Ma se oggi i lavori stanno continuando, ai cittadini sembrano immobili.

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Tutto è fermo, e ai salernitani rimane un gigante polveroso a cui rivolgere uno sguardo malinconico. La struttura sembra però rinascere come ennesimo rifugio di fortuna per i senzatetto, abbastanza lontano dagli occhi dei turisti. Gli insediamenti umani si colgono a vista d’occhio, soprattutto per chi viaggia sulla metropolitana Salerno-Stadio Arechi, i cui binari costeggiano l’intero stabile.

Entrare nella struttura sembra difficile, ma evidentemente non è impossibile. Tra l’immondizia che si accumula in ogni angolo, spunta un uomo che rovista tra i rifiuti e scova un vecchio maglione. E poi ancora coperte, cartoni e rifugi di fortuna sono ben visibili, mentre i residenti testimoniano un cospicuo andirivieni. Così, quello che doveva essere il fiore all'occhiello della rinascita architettonica, fortemente voluta dall'amministrazione De Luca, è diventato l'ultimo asilo degli invisibili, dei clochard che il sindaco Napoli non vuole per le strade del centro, che ammaliano migliaia di turisti.