Una vita cinematografica, anzi finita sul grande schermo e caratterizzata da un'interpretazione memorabile di Robert De Niro. #Jake La Motta non c'è più, a 96 anni il 'Toro del Bronx si è spento in una casa di cura a causa delle complicazioni di una brutta polmonite. A darne notizia la figlia Christi sulla sua pagina Facebook. Scompare un mito della #boxe: non è stato il più forte o il più tecnico, non è stato un fuoriclasse come il suo grande rivale, Sugar Ray Robinson. Ma, certamente, la sua parabola sportiva è quella di un pugile tra i più coraggiosi e determinati di sempre, simbolo del riscatto di una gioventù americana duramente provata dalla Grande Depressione e dalla Seconda Guerra Mondiale.

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La grande rivalità con Robinson

Era nato a New York nel 1921, il suo nome all'anagrafe era Jacob, un nome ebreo come la madre. Il padre era invece siciliano, originario di Messina. Il giovane Jake eredità la rabbia di un'infanzia e di una adolescenza povera, la stessa rabbia che porterà sul ring dove debutta a 19 anni. Non è un peso medio dal grande fisico, non è alto (173 cm) e non è dotato di un grande allungo. Ma quando assalta gli avversari è capace di non dare respiro e di demolirli, possiede grinta ed aggressività, non molla mai. Nel 1942 la sua strada incrocia per la prima volta quella di Sugar Ray Robinson, si deve arrendere. Nel febbraio del 1943 si disputa la rivincita, stavolta La Motta vince ai punti dopo aver mandato al tappeto l'avversario, per Sugar Ray sarà la prima sconfitta della carriera.

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Nasce una rivalità tra le più famose dell'intera storia della boxe: i due pugili si scontrano nuovamente in una sorta di 'bella', meno di un mese dopo la vittoria di Jake: vince nuovamente Robinson. Si sfideranno altre due volte, nel 1945, ed in entrambe le circostanze sarà battaglia, ma la tecnica di Robinson, probabilmente il più forte pugile di sempre, prevale in entrambi i combattimenti.

Il titolo mondiale

Per la boxe statunitense quello dell'immediato dopoguerra è un periodo d'oro. La Motta non è sicuramente annoverato tra i campionissimi, ma quando sale sul ring è sinonimo di spettacolo. Non è uno spettacolo di stile e boxe d'alta scuola, ma uno show crudele in cui solo il più coraggioso rimane in piedi con mezzi leciti e poco leciti. Come le sfide con Fritzie Zivic, quattro per la precisione, passate alla storia tra i match più scorretti di sempre. Siamo però in un'epoca in cui la boxe e la criminalità organizzata sono legate a doppio filo: nel 1947 Jake La Motta perde dopo quattro round un match più che alla portata contro Billy Fox.

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Anni dopo testimonierà davanti all'apposita Commissione istituita dal Senato degli Stati Uniti di aver perso di proposito quell'incontro, su pressioni della mafia che gli avrebbe però concesso, grazie a questo favore, l'opportunità di combattere per il titolo mondiale allora detenuto dal francese Marcel Cerdan. Il combattimento avrà luogo a Detroit nel giugno 1949, La Motta vincerà per abbandono di Cerdan dopo dieci riprese, il campione in carica si era slogato un braccio nel primo round. La rivincita si sarebbe dovuta svolgere il 2 dicembre dello stesso anno, ma Cerdan morirà tragicamente in un incidente aereo nell'ottobre del 1949. La Motta difenderà per due volte la corona dei pesi medi, prima contro il nostro Tiberio Mitri e poi contro Laurent Dathuille, battendoli ambedue. Nel 1951 viene organizzato l'attesissimo sesto incontro tra La Motta e Sugar Ray Robinson e per il campione italo-americano sarà un calvario: Robinson vincerà per K.O. tecnico alla tredicesima ripresa, con l'avversario stremato e devastato dai colpi subiti e, praticamente, alla deriva sulle corde del ring. La sconfitta peggiore della carriera di La Motta, il più violento tra i confronti con il grande rivale, tanto da essere ricordato come 'il massacro di San Valentino'. Quella severa lezione lo segnerà nel morale e nel fisico, inizia qui il suo declino e l'abbandono del ring è questione di pochi anni: arriva nel 1954 dopo una sconfitta ai punti con Billy Kilgore. Jake La Motta chiude con un personale di 106 incontri da professionista, 82 vittorie (di 30 prima del limite), 19 sconfitte (4 per K.O) e 4 pareggi.

Una vita cinematografica

Jake La Motta come Rocky Graziano o Rocky Marciano, tutti pugili italo-americani le cui storie sono finite al cinema. Quelle di La Motta e Graziano hanno avuto interpreti di spessore come Robert De Niro e Paul Newman, sono storie di uomini emersi dalla strada a suon di pugni, non diverse da quelle di altri pugili, ma certamente avventurose. Quando nel 1981 alcuni produttori di Hollywood decisero di fare un film prendendo spunto dal suo memoriale scritto nove anni prima, non ebbero bisogno di aggiungere nessun particolare romanzesco. La vita di Jake La Motta è stata un lungo, turbolento ed esaltante film: a partire dalla sua epopea sul ring, ma anche la sua vita privata con il burrascoso matrimonio con la bellissima Vikki. Dieci anni tormentati a causa della forte gelosia di Jake nei confronti della consorte. Ma anche i suoi presunti rapporti con la mafia, il citato incontro combinato che lo avrebbe tormentato per il resto della sua esistenza, perché La Motta rigetterà sempre l'etichetta ingenerosa di pugile della mafia alla quale però si era dovuto inchinare per avere la chance di combattere per il titolo. Per il resto parla la sua carriera: ha combattuto contro i migliori e li ha battuti, è stato il primo a mettere al tappeto e sconfiggere Sugar Ray Robinson, ha detenuto il titolo dei pesi medi in un'epoca in cui non c'erano tante categorie di peso e, soprattutto, c'era un solo titolo per categoria. A 96 anni finisce la vita di un grande pugile, non il più grande, ma uno che ha fatto grande la boxe. E di questi tempi in cui la credibilità della boxe è sempre in discussione, è estremamente struggente guardare al passato.