Stanno finendo i famosi "giorni della merla": i tre giorni di passaggio fra gli ultimi due mesi invernali. Sono quelli in cui gli elementi hanno l'ultima occasione di scatenare il gelo, prima che arrivi la primavera. Non c'è da stupirsi che siano stati guardati con un'aura di timore dal mondo contadino che ci ha preceduto.

Erano anche (soprattutto in Friuli) i giorni da cui era possibile trarre gli auspici per il clima dei mesi successivi. E' voce comune che, se "quelli della merla" sono particolarmente freddi, la primavera sarà splendente; se sono più caldi del solito, la bella stagione arriverà in ritardo. Una credenza popolare poco rassicurante, dato che il 2017 non ha visto l'atteso gelo. Pazienza.

Perché si chiamano così?

Wikipedia cita Sebastiano Pauli: "Modi di dire toscani ricercati nella loro origine" (Venezia, appresso Simone Occhi, MDCCXL - 1740). A pag. 341, si spiega che un cannone, detto "la Merla", doveva essere trasportato oltre il Po; non si poté farlo se non nei giorni in cui il fiume era ghiacciato. Oppure: una nobildonna di Caravaggio, una certa "de Merli", doveva attraversare il Po per andare a sposarsi; dovette aspettare che l'acqua fosse congelata.

Ma la "vulgata" vuole che, accanto al freddo, il vero protagonista sia il piumaggio della merla e dei suoi piccoli. Esso, infatti, è accentuatamente dissimile da quello del maschio: non nero, ma grigio-marrone. Curiosità ornitologica e paura degli elementi naturali si uniscono in entrambe le versioni. Infatti, in qualunque modo sia raccontata la storia della sventurata merla, in primo piano c'è l'irascibilità dell'inverno.

In origine - si dice - gennaio avrebbe avuto solo 28 giorni (nel calendario romano, erano effettivamente 29). I merli, in quell'epoca bianchi come la neve, attesero la fine del mese per vantarsi dello scampato pericolo: già l'inverno cominciava a mitigarsi e non ne avevano più paura. Gennaio chiese in prestito a febbraio tre giorni, per rinnovare negli uccelli il timore delle forze naturali. Dovendosi rifugiare nei camini, i bianchi merli ne uscirono neri.

Oppure, era gennaio a divertirsi, perseguitando una povera merla. Questa decise di farsi furba: fece provviste e si chiuse in un riparo, per tutti i 28 giorni. Alla fine, uscì trionfante e motteggiò lo scorbutico mese. Da qui, la decisione di prendere i famosi tre giorni in prestito. Dalla fuliggine del camino in cui cercò scampo, la merla prese il caratteristico piumaggio. Questo si dice nel Forlivese e nel Cesenate.

In un'altra leggenda ancora, con lei c'erano i piccoli, in attesa del ritorno del padre andato a cercare cibo. Nessuna ira del mese, ma semplicemente necessità di sfuggire al freddo. Questa versione è ambientata a Milano, nel cortile di un palazzo situato in Porta Nuova. Ma una storia simile è anche maremmana (Santa Fiora).

I giorni della merla nel folklore

La storia dei merli prima bianchi, poi perennemente neri per aver sbeffeggiato Gennaio viene dalla provincia di Cremona. Qui, sono sorti diversi canti popolari sul tema. In alcuni paesi, è anche usanza radunarsi intorno a un falò, per cantare e degustare specialità tradizionali. Cori sulle opposte rive dell'Adda sono intonati anche a Lodi, come ricorda il canto "La merla" del gruppo folk Barabàn.

In Sardegna (Scano Montiferro), in luogo della merla, la vittima di Gennaio sarebbe stata un pastore. A castigare il suo orgoglio sarebbero servite "sas dies imprestadas", i giorni prestati da Febbraio.

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