I suoi segreti sul mondo del giornalismo, Paolo Granzotto, storica firma de Il Giornale, li ha portati con sé. E' morto ieri a 76 anni, il vecchio Granzo, così come lo chiamavano i colleghi. Paolino era chiamato, invece, da Indro Montanelli, a cui sono dedicati i giardini pubblici milanesiDel suo maestro, Paolo, ha scritto la biografia: lo ha fatto con mestiere da storico e, come tale, riporta un indice di nomi. "Taccia per sempre chi non vi è incluso", avrebbe detto lui. Nato a Bologna, ma torinese negli ultimi 30 anni di vita, è stato cofondatore e vicedirettore de Il Giornale, proprio per volontà di Montanelli. Non raccontava aneddoti su Indro, lo rispettava troppo, per il suo insegnamento e il suo carisma.

Pubblicità
Pubblicità

Lo ha colpito, ieri, un malore improvviso in questa strana primavera. Stagione che gli metteva serenità e lo rinvigoriva. Oltre ai lettori, anche i giovani amavano Paolo Granzotto. Si faceva voler bene per la sua umanità e la sua cultura. Convocati dal sindacato perché come redazione torinese del Giornale non avevamo aderito allo sciopero, un collega si era giustificato:<L'abbiamo fatto per il direttore>. Ecco che cosa vuol dire essere direttore. Ma i giornalisti delle altre testate non gli hanno creduto.

Dopo l'esperienza alla guida della redazione torinese

Ci chiamava le sue formichine, ma i direttori intelligenti danno fastidio a certi editori, e così levò il disturbo. Tornò nel suo studio sul Po, immerso da #Libri antichi, a rispondere agli affezionati dall'Angolo dei lettori, con una penna indimenticabile, anche per il suo modo di impugnare la stilografica, e a scrivere libri.

Pubblicità

Luoghi comuni, frasi fatte, banali ipocrisie erano per lui "brignao", buonisti. Difensore dei diritti grammaticali, sintattici e di vocabolario della lingua Italiana, amava i dialetti che usava spesso. Scrisse una Breve storia delle parole e anche un romanzo Il romanzo di Achille. Molto stimato anche da Ernesto Ferrero, patron del Salone de Libro, da oggi con 8 incontri digitali, il quale gli dedicò un libro: “Ad un uomo intelligente”.

Granzo amava Torino, ma trovava i torinesi troppo permalosi davanti alle critiche. In effetti prima che lui portasse Il Giornale a Torino erano abituati a leggere solo very politically correct. Una frase in inglese, Granzo non me l'avrebbe permessa, ma nemmeno avrebbe mai detto che l'avrebbero ricordato online. Quel che è certo è che non sopportava i collaboratori che 20 anni fa portavano in redazione i pezzi dattiloscritti.

Granzo, aveva studiato dai gesuiti, si era fatto le ossa come cronista al Messaggero, poi fu corrispondente di guerra per il Giornale.

Pubblicità

Figlio di Gianni, autore di una memorabile resoconto dell'attraversata di Annibale delle Alpi e giornalista politico di razza alla Rai. L'episodio storico che amava di più erano le guerre di religione in Francia, i ristoranti preferiti a Torino erano L'Arcadia e il Mare Nostrum.

Il piacere della tavola e della buona compagnia era per lui insostituibile, meglio di una sigaretta.

Ho avuto il piacere di frequentarlo personalmente. Un giorno gli avevo confessato una delusione amorosa e gli avevo detto che non ne volevo più sapere di donne. Lui subito mi aveva detto di non dire mai più una cosa del genere. Quando gli dicevo “Te lo giuro”, lui mi diceva “Mi basta la tua parola”. A volte si lamentava della redazione e gli chiedevo allora a chi dovevo dire grazie, per essere stato assunto. Lui mi rispondeva: “A me soltanto: ricordo ancora la prima volta che sei salito nel mio studio per il colloquio”. Viveva in una casa da sogno in via Balbo, ma faceva avanti e indietro con la Svizzera per curare i suoi atavici acciacchi. #Cronaca Torino #Cultura Torino