Per la serie BlastingTalks intervistiamo Alessandro Bratti, direttore generale di Ispra. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) è ente pubblico di ricerca sottoposto alla vigilanza del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Svolge compiti, servizi e attività di supporto al Ministero dell'ambiente.

BlastingTalks è una serie d'interviste esclusive con business e opinion leader nazionali e internazionali per capire come la pandemia di coronavirus abbia accelerato il processo di digitalizzazione e come le aziende stiano rispondendo a questi cambiamenti epocali.

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Partiamo dalla missione della vostra organizzazione: quali sono gli obiettivi perseguiti da Ispra?

Ispra è l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e quindi si occupa di ambiente a 360 gradi. In realtà, pur essendo all’interno del novero degli enti di ricerca, fa supporto tecnico al decisore pubblico che è il governo, attraverso il Ministero della transizione ecologica. In più fornisce dati ufficiali, svolgendo la parte di produzione delle evidenze statistiche del sistema pubblico e non solo. In sintesi, è un istituto che realizza alta conoscenza.

Con il recente cambio di governo è nato il Ministero della Transizione ecologica: con quali riverberi per il vostro istituto?

Al momento dal punto di vista organizzativo per il nostro Istituto non è cambiato nulla, anche perché il Ministero della Transizione ecologica nasce di fatto per incorporazione di due divisioni o dipartimenti del Ministero dello Sviluppo Economico all’interno del Ministero dell’Ambiente. Per quello che riguarda il tema energetico in senso stretto, l’ente preposto a sviluppare queste tematiche è l’Enea.

Mentre prima era vigilato dal Mise, oggi è vigilato dal Mite. Quindi i nostri colleghi di Enea sono di fatto a oggi nostri partner nel contribuire agli indirizzi politici svolti dal Ministero della transizione ecologica. Rispetto al passato, in questa fase attuale credo il nostro ruolo sia crescente non tanto per l’istituzione del Mite, quanto perché il tema ambientale a 360 gradi è entrato in maniera molto forte tra gli indirizzi politici del Paese e non solo.

Come avete vissuto la crisi dettata dal coronavirus e in che modo è cambiato il vostro modo interno di lavorare dopo il lockdown?

Avevamo già impostato una politica volta al lavoro agile. Prima del Covid c’erano già 450 persone in smart working un giorno alla settimana su 1000 dipendenti e ci stavamo attrezzando anche per realizzare gli open space e per rinforzare il sistema informatico. Con il Covid tutta questa situazione ha subito un'accelerazione repentina, per quanto ciò che ha riguardato il personale durante il coronavirus non è stato esattamente smart working. Questo perché la gente è stata obbligata a lavorare da casa. Però diciamo che c’è stata un’accelerazione molto forte, che ci ha consentito di investire moltissimo sulla digitalizzazione e sul potenziamento di tutte le linee software e hardware, oltre che sulla formazione dei dipendenti riguardo la digitalizzazione.

Guardando al lungo termine, quale sarà l'effetto del coronavirus rispetto a questioni chiave come l’impatto e la protezione ambientale?

Da un lato ha accelerato una serie di processi che erano già in fase di partenza: il tema della scelta green e della transizione energetica, oppure quello delle rinnovabili. Sul decarbonizzare il nostro sistema di sviluppo, a livello europeo, l’impostazione del green deal è precedente la pandemia. Ma lo scoppio della crisi ha accelerato tutti i processi. Alla fine ci si è resi conto che un certo tipo di sistema di sviluppo, di mobilità delle merci e delle persone doveva essere profondamente rivisitato. Così come cambia il concetto di città, oltre che di organizzazione dei grandi centri.

Se uno pensa alle grandi metropoli, dove c’era un’elevata concentrazione di distretti industriali, oggi tutto questo sistema è da ripensare. Moltissimo verrà fatto tramite la digitalizzazione, quindi anche per un’azienda essere in un certo posto non ha più quel valore che poteva avere prima della pandemia.

Il presidente ISPRA Stefano Laporta nel libro “Progettare il domani” mette in evidenza le criticità di un dibattito spesso polarizzato sulle tematiche ambientali: quale metodo utilizzare per affrontare la questione in modo costruttivo e razionale?

Il tema del conflitto collegato con la costruzione degli impianti non è un tema di oggi, ma è tipico del nostro periodo. Purtroppo si è fortemente accentuato negli ultimi tempi per diversi motivi.

Uno di questi è la poca fiducia della popolazione nelle istituzioni. Dall’altro lato la diffusione dell’informazione a volte poco critica e non confrontata ha creato situazioni di paura e di inquietudine molto elevate. Ciò fa sì che ogni volta che si discute di qualsiasi tipo di impianto, tradizionale o innovativo, da parte della popolazione c’è una sorta di levata di scudi che non ne consente la realizzazione. Oggi lo scontro si è molto radicalizzato. Il fenomeno non aiuta a procedere in maniera corretta. Il problema però si può risolvere dando più mezzi e più voce a quegli organi tecnico - scientifici pubblici che devono essere in grado di dare garanzie a imprese e cittadini.

In questi mesi si è parlato molto di green deal e di obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale.

In che modo la svolta verde cambierà le abitudini di vita delle persone?

Bisogna tenere in considerazione due punti. Il primo riguarda l’approccio hardware, che punta sulle rinnovabili e sulla transizione energetica. Ma anche sulla decarbonizzazione, sulla mobilità elettrica, sulla digitalizzazione del movimento delle merci, sull’energia rinnovabile. C’è quindi una base fisica legata allo sviluppo di nuove tecnologie. Ma c’è anche una parte software, che deriva dai comportamenti. Non c’è dubbio che sono due situazioni che dovranno andare avanti parallelamente. Ad esempio, diventa possibile fare un buon recupero di materiale organico per poter sviluppare materiali alternativi (come le bioplastiche) solo se si parte da materiale di base che non sia inquinato.

Questo significa che il cittadino deve comprendere la situazione ed essere molto responsabile durante la fase di raccolta differenziata.

Infine, terminiamo con una domanda sulle sfide e sulle opportunità che il momento ci sta ponendo: dal punto di vista delle vostre aree di lavoro, cosa possiamo apprendere da questa particolare situazione e da ciò che abbiamo vissuto in questi mesi di crisi sanitaria?

Dal nostro punto di vista e dal ruolo che svolgiamo diventa assolutamente centrale, vista la fase di cambiamento e di transizione, affidarci alla scienza. Serve più scienza e più tecnica per poter fare scelte adeguate per il futuro. Quindi dobbiamo imparare a evitare apprendisti stregoni ed a fare in modo che non si creino discussioni puramente ideologiche.

Questo contributo può essere dato anche da istituti come il nostro che fanno della scienza, della tecnica e dell’alta conoscenza il proprio punto di riferimento.

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