Maurizio Schillaci è il cugino del più famoso Totò Schillaci, l'eroe delle Notti Magiche del mondiale italiano del 1990. Lui Maurizio, una vita passata da essere una possibile stella del firmamento calcistico alla pari del più celebre Totò, a diventare un astro inesploso, consumato da storie tortuose, dalla droga, dalla fame e dalla miseria, che ha avvolto la vita di questo possibile campione.

Adesso Maurizio Schillaci, ex-giocatore del Messina di Zeman e della Lazio, non ha una fissa dimora e dorme nei treni fermi alla stazione.

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Una vita segnata dal rapido successo, e poi da una irreversibile parabola discendente, che lo ha condotto alla droga, all'eroina e al culmine della disperazione, con 4 tentati suicidi.

Ecco le dichiarazioni di Schillaci ai microfoni della Gazzetta dello Sport: "Il mio declino è stato velocissimo e ora mi ritrovo per strada.

Non riesco a trovare lavoro, dormo nei treni fermi alla stazione. Ci sono altre persone con me, siamo un gruppo di 20 barboni. Con mio cugino Totò non ci sentiamo più. Ho lavorato nella sua scuola calcio per un periodo, poi ho deciso di mollare. Ero stanco delle chiacchiere della gente di quel guardarti storto di chi diceva: non porto mio figlio da chi si drogava. Ma l'eroina per me non esiste più". 

Un'inizio folgorante di carriera nel Messina di Zeman, dove realizzava parimenti al più celebre Totò, suo cugino, caterve di goal. Poi l'approdo a Roma, sponda laziale, i primi infortuni e la sorte avversa, la droga, e vari infortuni; il ritorno a Messina e  33 anni l'approdo nella Juve Stabia, ma con mille acciacchi e un'età non più giovanissima per sfondare.

Ecco il suo racconto: " Al Messina le mie stagioni migliori.

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Le ho vissute con Zeman. Segnavo gol a ripetizione. Poi è arrivata la Lazio. Era il mio periodo di grazia. Vivevo nel lusso, ho cambiato 38 auto, ho giocato nello stadio dei sogni, l'Olimpico. Contratto di 500 milioni per 4 anni. Poi qualcosa non va per il verso giusto. I primi infortuni, gli stop. Poi scopro perché. Vado in prestito a Messina, là trovo mio cugino Totò. Io e lui facevamo a gara a chi segnava di più. Ma la mia carriera in realtà s'è spezzata a Roma. Un infortunio mai curato che mi impediva di esprimermi al meglio. Facevo poche partite e mi fermavo. Mi chiamavano il "malato immaginario" o il "calciatore misterioso", perché ero sempre in infermeria. In realtà avevo un tendine bucato.  Vado alla Juve Stabia, ormai ho 33 anni. E qui conosco la droga. La cocaina, poi l'eroina". E la fine del suo sogno.