In assenza del calcio giocato (nonostante l'abbuffata di partite del mondiale), l'interesse dei media si sposta, come ogni anno, sul "mercato", che attrae e fa sognare i tifosi e che permette, paradossalmente, alla stampa (soprattutto a quella "specializzata") e alle tv di incrementare sensibilmente le vendite e gli share rispetto ai periodi in cui si disputano i campionati e le altre competizioni nazionali e internazionali. E' un fenomeno, peraltro, che si registra anche negli altri Paesi europei, in Spagna e in Francia soprattutto, e che rappresenta in molti casi un vero festival delle bufale che, in perfetta buonafede, sulla base di "soffiate" o presunte "indiscrezioni" su trattative tra i manager, le società e i calciatori, quasi fossero trattati diplomatici segreti o coperti da veti militari, arrivano ora anche "in tempo reale" sul web, oltre che sulla carta stampata o nei notiziari in tv.

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Si assiste, così, alle conferme e alle smentite sugli "affari", leggendo o sentendo cifre spesso sproporzionate rispetto al "valore" commerciale di un calciatore, quest'anno come mai influenzato dalla "borsa del mondiale". Difatti, basta una bella partita e qualche gol per far salire le quotazioni di un calciatore vero e proprio Carneade sino al giorno prima o una sciagurata papera per un portiere o, come nel caso di Balotelli, l'eliminazione della squadra italiana e una brutta partita per far scendere in picchiata, qualcuno dice anche del 50%, le quotazioni del giocatore, che prima aveva un "mercato".

A quasi dieci anni dalla "sentenza Bosman", che ha "umanizzato" le prestazioni dei calciatori rispetto al passato, quando venivano, e succedeva spesso, assimilati a pacchi e bauli, si assiste però, spesso, a fantomatici presunti buoni affari che spesso si rivelano davvero "pacchi" (intesi come "bidoni"). Visti anche i risultati delle squadre italiane in Europa e nel mondo, sarebbe opportuno dare più spazio ai giovani dei vivai, come insegnano Germania e Francia per le rispettive nazionali e, soprattutto, ridimensionare, anche per un fatto di etica, in tempi di crisi economica, queste folli espressioni di "business".

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