Quel che sta accadendo a Gaza sta sconvolgendo il mondo intero, la lunga guerra tra Palestina e Israele ha toccato tutti, sui social network le immagini non sono tardate ad arrivare, i cadaveri dei bambini palestinesi hanno scosso gli animi; dall'altra parte non si placano gli atti terroristici verso lo stato d'Israele. Purtroppo le due posizioni sono inconciliabili, le ragioni di questa guerra sono lontane e toccano contingenze che ora è difficile rielaborare, ma sicuramente andrà fatto se si vuole un giorno attenuare l'odio tra i due popoli. Ciò che però adesso conta davvero è che si riesca quanto meno a mettere un freno a questa escalation di violenza.

È quel che ha proposto l'Egitto, non una negoziazione che probabilmente sarà poi il passo successivo del confronto, ma almeno una tregua. Tale iniziativa non risolve il problema, è vero, ma i suoi effetti non sono da sottovalutare. Innanzitutto, a livello prettamente pratico, fermare la violenza significa interrompere la scia di morti che finora sta caratterizzando questa sporca guerra. In secondo luogo, la tregua significa anche fermarsi un attimo e pensare.

In questo momento forse la cosa più importante è proprio questa, concedersi un momento da dedicare alla ragione, e quale modo miglior di ragionare se non fermarsi a pensare? Per il filosofo John Campbell la filosofia è il pensiero al rallentatore.

In effetti, questo nostro mondo che va a ritmi vertiginosi, poco spazio (o forse sarebbe meglio dire poco tempo) lascia alla ragione, alla razionalità dell'agire. Anche per questo una tregua è doverosa. È importante che entrambe le parti si fermino per un attimo e cerchino ancora una volta le loro ragioni per agire. Magari capiranno che in tutto questo non c'è nulla di razionale, e scopriranno che molto probabilmente ciò che realmente li muove è un sentimento di paura, orrore l'uno dell'altro che si è poi trasformato in odio.

Gaza: Israele e Palestina, una guerra senza più ragioni

Purtroppo invece dobbiamo riprendere il nostro racconto, la tregua auspicata dall'Egitto non c'è stata. Hamas e il suo braccio armato non si fermano. Stamani per le nove (le otto in Italia) era stato fissato l'inizio della tregua concordata dal premier israeliano Netanyahu a Tel Aviv, ma nello stesso istante invece venivano sparati due colpi di mortaio dalle brigate Ezedin al-Quassam sulla comunità Nir Oz.

Secondo i brigatisti, fermarsi significherebbe arrendersi al nemico. La paura ha vinto ancora e siamo sicuri che la risposta di Israele non si farà attendere, anzi arriverà triplicata.

Mentre nel mondo le comunità ebraiche condannano l'oppressione sionista sulla Palestina, le grandi potenze mondiali sembrano invece prendere le parti d'Israele. Non ci resta che schierarci con l'una o con l'altra parte della trincea, o forse aggrapparci al volo sul primo treno buonista che passa, come quello di ieri guidato da Saviano che si auspica una pace senza se e senza ma. O forse c'è un'altra possibilità, una prospettiva più semplice, ma allo stesso tempo più impegnativa. Fermarsi per un istante a pensare.

La ragione farà poi il suo corso e si trasformerà in fenomeno perché, come diceva Hegel, ciò che è razionale è reale.

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