Un caso certo di Ebola a Madrid. Si tratta dell'infermiera che ha curato il missionario rientrato dalla Sierra Leone, morto il 26 settembre. La donna avrebbe cambiato un pannolino al paziente ed avrebbe ripulito la stanza dopo il suo decesso, il tutto seguendo il protocollo, indossando tuta di protezione, maschera e doppi guanti, ma questo non sarebbe bastato. Già pochi giorni dopo la morte del missionario Manuel García Viejo, l'infermiera dell'ospedale La Paz Carlo III avrebbe informato l'ufficio rischi dell'istituto di cura riguardo la possibilità di aver contratto una malattia: dopodiché sarebbe andata in ferie, finché la febbre non è salita ed ha costretto la donna a farsi ricoverare presso l'ospedale Alcoron.

Ma perché l'infermiera ha scelto un altro ospedale e non quello nel quale lavora? Come è andata in ospedale? Può aver contagiato altre persone prima del ricovero? Ricordiamo che l'Ebola si trasmette soltanto durante la fase sintomatica, ma il periodo di incubazione può variare tra 2 e 21 giorni. L'infermiera 44enne quindi potrebbe aver contagiato altre persone nella capitale spagnola, magari in metro, in bus o semplicemente in un negozio per fare la spesa.

Al momento la donna e stabile grazie alle trasfusioni di sangue della suora Paciencia Melgar, guarita dal virus dopo averlo contratto in Liberia.

Altri sospetti contagi

Restano sotto osservazione il marito dell'infermiera, una sua collega che ha assistito il missionario ed un turista nigeriano. Il rischio maggiore è per il marito, dato il maggior tempo passato con la donna, malgrado non presenti sintomi.

Intanto la sorte non sarà benevola con Excalibur, il cane della coppia che per prevenzione sembra verrà abbattuto. Altre 52 persone che sono state a contatto con l'infermiera sono al momento sotto osservazione. Si tratta di 22 operatori dell'ospedale Alcoron e 30 colleghi del La Paz Carlo III.

Modalità di contagio

Vari studi hanno confermato che il virus dell' Ebola si trasmette soltanto per contatto con i liquidi corporei di individui malati.

Uno studio del 1999 dichiarava il sudore come uno dei liquidi contenenti la maggior carica virale, un altro studio del 2007 smentiva il precedente e parlava di cariche virali maggiori su saliva (virus presente sul 67% dei campioni esaminati), il latte materno (100%), sangue proveniente dal naso (100%), lacrime (100%), sperma (50%), feci (50%), pelle(13%) mentre urine, vomito, catarro e sudore non presenterebbero cariche virali interessanti.

Intanto società di Pomezia che avrebbe prodotto l'unico vaccino esistente, dichiara di non aver ancora avuto un contatto diretto con l'Oms, per la fornitura del milione di dosi di cui tanto si parla.

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