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Siamo nel pomeriggio di venerdì 13 marzo, campo rom a Castello Romano in periferia di Roma.
Quattro bambini giocano tra di loro e come tutti i bambini corrono, urlano, si divertono. Tre fratellini e un'amica provano a dimenticare gli estenuanti andirivieni nei vagoni delle metropolitane affollate in cerca di elemosina, strattonati da mamme che li ostentano come motivo di pietà. Giocano e si divertono come dovrebbero fare tutti i bambini. Perché i bambini - specialmente nel gioco - sono tutti uguali, non esiste razza, colore e distinzione. Giocano con la spensieratezza della loro età, tutti bambini allo stesso modo.
Ma i giochi non sono tutti uguali. Nei campi come per la strada i pericoli sono dietro l'angolo, le insidie si nascondono dietro l'erba o peggio ancora nelle loro stesse roulotte. La situazione improvvisamente precipita: d'un tratto spunta un coltello e subito dopo la corsa in ospedale. La bambina viene ferita dall'amico con un arma riconosciuta come coltello da cucina. La veloce corsa fino all'ospedale Sant'Anna di Pomezia si conclude con operazione d'urgenza: il taglio al torace ha perforato il polmone, riuscendo sì a non raggiungere il cuore, ma rendendo critica la situazione della bambina. Dopo l'intervento è stata trasferita all'ospedale pediatrico Bambino Gesù ricoverata in terapia intensiva e posta sotto sedativi.

Nello stesso pomeriggio è istantaneamente partita l'indagine dei carabinieri di Pomezia che stanno verificando la veridicità dell'accaduto. I militari hanno identificato la madre del bambino, una ragazza bosniaca, la quale dovrebbe potrebbe rispondere di lesioni gravissime e abbandono di minori.

Ma è andata davvero così? È stato veramente solo un gioco tra bambini finito male?!
Se così fosse, la domanda successiva allora dovrebbe essere: perché dei genitori - indipendentemente dalla religione, dal colore della pelle, dagli usi e costumi che li contraddistinguono - lasciano che dei bambini possano mettere fine nel bel mezzo di un gioco al grande dono della vita?!