Una nuova inchiesta fa tremare la Calabria. L’ennesima, a riprova del marciume che inquina le istituzioni e le abitudini di una regione martoriata dalla corruzione e dal malaffare. Questa volta a finire nell’occhio del ciclone e nelle maglie della giustizia è Calabria Verde, l’ente costituito nel 2013 che ha accorpato l’azienda forestale della Regione Calabria (Afor) e le comunità montane, preposto alla tutela e alla salvaguardia delle montagne, delle foreste e del suolo di Calabria, che conta migliaia di operai e maestranze spesso, troppo spesso, inutilizzate.

O utilizzate per altri, riprovevoli fini, come dimostra l’operazione messa a segno dalla Guardia di Finanza e dalla Procura della Repubblica di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri.

Risorse pubbliche per ristrutturazioni private

A finire in manette sono stati cinque dirigenti e funzionari di Calabria Verde, indagati a vario titolo per peculato, falso ideologico, abuso d’ufficio e minacce a pubblico ufficiale. L’ordinanza di misura cautelare in carcere, emessa dal gip Giuseppe Perri su richiesta del procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri e del sostituto Prontera, riguarda l’ex direttore generale Paolo Furgiuele e il dirigente del settore Forestazione, Antincendio boschivo e sorveglianza idraulica Alfredo Allevato.

Arresti domiciliari per l’economo Marco Mellace, mentre per Antonio Errigo, ex dirigente, è stata ordinata l’interdizione dai pubblici uffici. Per il consulente esterno Gennarino Magnone infine, la procura ha disposto l’obbligo di dimora.

Una storia “sconcertante”, l’hanno definita gli investigatori. Secondo le accuse della Procura infatti, sarebbero stati circa 80 milioni di euro, stanziati per la messa in sicurezza dei corsi d’acqua e per prevenire il rischio idrogeologico, ad essere distratti dalle casse di Calabria Verde per fini completamente diversi rispetto a quelli previsti.

Non solo sarebbero stati usati per pagare gli stipendi e gli straordinari dei dipendenti (fino a 5mila euro), ma sarebbero stati usati, soprattutto, per i lavori di ristrutturazione della villetta del direttore generale Paolo Furgiuele: duecento metri quadrati con vista mare ad Amantea.Una squadra di operai di otto persone, composta da falegname, carpentiere, capo operaio, capo squadra, manovali, idraulico e l’esperto di informatica, che formalmente risultavano in servizio a Paola, sarebbero stati impegnati tra ottobre 2014 e giugno 2015 nei lavori di riammodernamento dell’abitazione privato dell’ex dg.

Sul posto le maestranze ci arrivavano con un Ford Transit aziendale, con carburante a spese dell’azienda. Così come a spese dell’azienda sarebbe stato il materiale acquistato per i lavori: circa 20 mila euro.E poi ci sarebbe quell’incarico da dottore agronomo per 30 mila euro, conferito ad un agrotecnico amico di Furgiuele, senza che ne avesse i titoli richiesti. Al contrario dei diciotto dipendenti interni in possesso della qualifica e dei titoli necessari per poter svolgere l’incarico.

È solo la punta dell’iceberg

Quelle emersa nei giorni scorsi, sarebbe solo la punta di un iceberg molto più profondo. Un iceberg che gli inquirenti e il nuovo capo di Calabria Verde, Aloisio Mariggiò, sembrano intenzionati a far emergere nella sua interezza.

Mariggiò, generale dell’Arma, prestato alla Regione Calabria in attesa di ricoprire il ruolo di direttore generale della Direzione Investigativa Antimafia, ha avviato un’indagine interna che preannuncia esiti clamorosi. A partire dalle autobotti dismesse che continuano a fare rifornimento con la scheda carburante dell’azienda anche a Torino, passando per i buoni pasto che superano in numero sia il totale dei dipendenti che quello delle giornate lavorative. Ma ci sarebbe anche la frana ripristinata a spese di Calabria Verde per evitare grane giudiziarie al privato che quella frana l’aveva causata attraverso l’esecuzione di lavori abusivi.