Può un semplice messaggio di WhatsApp distruggere la vita di una persona? Le nuove tecnologie multimediali sono molto pericolose, perché possono avere diffusione virale in pochissimo tempo, senza che gli utenti si curino molto delle conseguenze che può avere il continuare a diffondere un determinato contenuto, sia esso un video, una foto, un messaggio scritto.

Conosciamo il caso della povera 31enne Tiziana Cantone, che ha pagato con la vita una sua leggerezza, di cui si sono resi in parte responsabili tutti colori che hanno condiviso il video e lasciato commenti offensivi nei suoi confronti. Tutti ci siamo indignati il giorno dopo l'accaduto, ma nel nostro quotidiano come ci comportiamo in concreto in determinate circostanze?

Un altro fenomeno diffuso è quello di condividere notizie e appelli, senza verificarne l'attendibilità, alcuni di quali comprensivi di foto e nomi di presunti criminali.

Molto spesso si tratta di messaggi diffamatori o notizie inventate di sana pianta.

Un fatto simile ha raggiunto gli onori della cronaca in India, a Mumbai per l'esattezza. Un cittadino indiano, di 30 anni, è stato additato come terrorista a causa di un messaggio diffamatorio fatto girare su Whatsapp, che recitava così: "Se vedi questo uomo, fermalo e conducilo alla polizia, perché è un terrorista. Fai attenzione!".

Proprio come succede da queste parti di fronte ad un messaggio, anche lì sono stati in tanti a far girare il messaggio come fosse una catena di Sant'Antonio, senza la minima prudenza, senza preoccuparsi del male che si rischia di fare ad una persona. L'uomo, che di nome fa Saeed Sher Ali Khan, non è un terrorista. Ma è bastato quel messaggio a convincere la gente del contrario e far sorgere qualche dubbio nei suoi amici e nei suoi parenti.

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Sono state tante le persone di sua conoscenza che l'hanno chiamato chiedendo spiegazioni.

A finire in quest'incubo non è stato solo lui, ma anche la sua famiglia, i suoi due bambini, i quali, spaventati, volevano sapere cosa significasse “terrorista”.

Che cosa è accaduto, dunque?

Il messaggio frutto di una vendetta da parte del proprietario di casa

Si sarebbe trattato di una vendetta ordita dal suo proprietario di casa, Salaam Younis Sheikh, per via di una controversia su alcune spese accessorie. L'uomo avrebbe quindi diffuso questo messaggio il 22 settembre scorso per danneggiare il suo affittuario.

Saeed si è quindi rivolto alla polizia di Mumbai per denunciare l'accaduto, ma non sarebbe stato preso in considerazione. Così ha avuto l'idea di mettere su, fuori dalla stazione di polizia, un sit-in di protesta insieme alla sua famiglia, reggendo un cartello in mano con scritto: "My name is Saeed Sher Ali Khan. I am not terrorist" ("Sono Saeed Sher Ali Khan. Non sono un terrorista").

Per ottenere giustizia, Saeed dovrà rivolgersi al tribunale.

A causa di una controversia e della scarsa prudenza degli utenti WhatsApp, un uomo di 30 anni si è visto affibbiare l'infamante etichetta di terrorista, rischiando l'isolamento dalla società, insieme alla sua famiglia, se non addirittura atti di giustizia privata e guai giudiziari, pur essendo innocente.

Cosa avremmo fatto noi di fronte ad un messaggio come quello che ha danneggiato Saeed Sher Ali Khan e la sua famiglia? L'avremmo bloccato o l'avremmo diffuso?