Perché, a pochi mesi dalle intercettazioni ambientali in carcere del boss mafioso Giuseppe Graviano, che chiamano in causa Silvio Berlusconi come mandante delle stragi del 1992-93, la Corte di Cassazione si è espressa in favore di una “morte dignitosa” per Totò Riina? Secondo il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, la vicinanza temporale tra questi due fatti di cronaca non rappresenta certo una coincidenza, ma l’ennesima prova che la trattativa Stato-mafia non solo è esistita davvero (se qualcuno avesse avuto ancora dubbi), ma che è tuttora in piedi.

Scrive Travaglio, nel suo editoriale di domenica 11 giugno, che i fatti del biennio 1992-94 come li ha raccontati Graviano, ovvero che il fondatore di Forza Italia gli avesse chiesto una “cortesia”, li conoscono tutti gli addetti i lavori da 25 anni.

Quella che va in scena ancora adesso, nel 2017, di fronte a telecamere e taccuini è, secondo Travaglio, solo una “fiera dell’ipocrisia” messa in scena da “sepolcri imbiancati” e “finti tonti” che fingono stupore chiedendosi, quasi inebetiti, perché il boss ‘irriducibile’ di Brancaccio abbia deciso di sciogliersi la lingua solo ora, oppure se il pm del processo alla trattativa Stato-mafia, in corso a Palermo, Nino Di Matteo (colui che ha depositato le intercettazioni di Graviano), abbia o no simpatie per il M5S.

Chi parla della trattativa muore

Il direttore del Fatto non usa mezzi termini per chiarire il suo pensiero. “Tutti quelli che sanno non parlano” perché chi era a conoscenza della trattativa è stato “suicidato in carcere”, assassinato, oppure “screditato e indotto a ritrattare”. Come nei casi del falso pentito Vincenzo Scarantino, del medico di Bernardo Provenzano Attilio Manca (morto misteriosamente di overdose), o del boss pentito Luigi Ilardo, fatto fuori nel 1995 prima di riuscire a portare gli inquirenti alla cattura di Provenzano.

Le accuse contro Pd e FI

Travaglio fa notare il rumore assordante provocato dal silenzio mediatico, non tanto dei “servi di B.” (come è logico aspettarsi), ma del Pd sulle intercettazioni di Graviano che chiamano pesantemente in causa il possibile alleato di Matteo Renzi, Berlusconi. Emblema del cortocircuito politico-mediatico in corso è la giusta “ondata di sdegno” dell’opinione pubblica dopo la notizia della possibile scarcerazione di Riina contrapposta all’indifferenza per le accuse di Graviano a Berlusconi.

Secondo Travaglio, infatti, “basta poco per unire i puntini dei casi Riina e Graviano”. Una “coincidenza inquietante” che porta a pensare, questa la tesi del giornalista, che le lamentele manifestate in carcere da Graviano negli ultimi mesi - il suo possibile cedimento e la paventata minaccia di farsi interrogare dai pm per dire ‘tutta la verità’ sul ruolo di B. nella strategia stragista di Cosa Nostra (insieme a pezzi dello Stato) - siano state ‘ricompensate’ con la raccomandazione della Corte di Cassazione che, con una inedita forzatura procedurale, ha chiesto di considerare “il diritto a una morte dignitosa a domicilio” per Totò u curtu.

La trattativa Stato-mafia è ancora in piedi

Sarebbe questa, dunque, la “coincidenza”, la ‘pistola fumante’ che dimostra la sussistenza della trattativa Stato-mafia.

Insomma, si domanda retoricamente Travaglio: “Qualcuno doveva inviare un messaggio a Riina o ai Graviano stufi di tenere gratis la bocca cucita?”. Oppure dietro a tutto questo si nasconde “qualcosa di più e di peggio?”. Per concludere, Travaglio, oltre a chiamare in causa il “partito unico” Pd-FI “che ha garantito 25 anni di trattativa”, punta il dito contro i cosiddetti “poteri invisibili”, ovvero quei pezzi deviati delle Istituzioni che esercitano un potere incontrollato.