L'interminabile vicenda giudiziaria di Ahed Tamimi sembra essersi conclusa. La giovane, appartenente ad una famiglia nota per il fervido attivismo contro l'occupazione militare israeliana, era stata arrestata nel dicembre del 2017. Un video, infatti, la ritraeva mentre era intenta a spintonare e schiaffeggiare un soldato israeliano, senza che questi reagisse in alcun modo.
Il gesto, alimentato da un'ideologia ben radicata, era una sorta di reazione all'operato del milite: poco prima, infatti, aveva sparato, con proiettili di gomma, al cugino di Ahed, ferendolo gravemente alla testa.
Il caso era stato abbondantemente seguito anche dai media occidentali, che hanno monitorato il processo fino alla sentenza.
Una condanna esemplare
I capi d'accusa, inizialmente dodici, sono stati ridotti a quattro col patteggiamento, sfociando in otto mesi di carcere. È una condanna pesante, considerato che la detenzione di un minore, secondo la Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia, è da ritenersi una misura "di ultima istanza".
La situazione instabile e le tensioni in territorio palestinese hanno sicuramente reso difficile il giudizio, con la Corte che ha dovuto rinviare il processo per ben sette volte. Dal canto suo, Bezalel Smotrich, deputato israeliano, aveva vigorosamente difeso l'autorità militare del suo Paese, sostenendo che l'autocontrollo forzato del soldato fosse una limitazione alla "capacità di deterrenza dell’esercito".
Di stampo completamente opposto la posizione di Amnesty International, che ha lanciato, nei mesi scorsi, un appello a Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, chiedendo di annullare la "punizione palesemente sproporzionata".
Un soggetto pericoloso
La Corte non era stata indulgente nell'imputazione, prevedendo, come pena, fino a dieci anni di carcere; Ahed era stata definita come un "soggetto pericoloso", colpevole di un "reato ideologico". Infatti, con la diffusione della notizia, la ragazza era stata elevata a simbolo della lotta contro l'occupazione israeliana, un'esortazione alla ribellione in carne e ossa. La questione si era concretizzata in una minaccia per la sicurezza comune da una parte, e in un esempio da seguire dall'altra: scaturita da un gesto apparentemente insignificante, è divenuta dunque di interesse internazionale.
Ciò che emerge è il clima di tensione che si vive nei territori del Medio Oriente, dove buona parte del campo di battaglia è costituito dall'opinione pubblica, facilmente influenzabile da un video o da una sentenza.