Da tempi antichissimi gli italiani sono noti per aver sviluppato l'arte di arrangiarsi. E questo è tanto più vero quando si cerca di farla franca perché si stanno commettendo dei reati di natura penale. A questo riguardo un esempio emblematico lo ha fornito recentemente la Suprema Corte di Cassazione nella Sentenza 43944/2019 della Seconda Sezione Penale depositata in Cancelleria il 29 ottobre 2019.

Il Supremo Collegio, esprimendosi sui requisiti necessari per configurare il reato di riciclaggio di denaro ha, in estrema sintesi, statuito che il trasporto della pecunia all'interno dei pantaloni o della biancheria intima del soggetto può essere atta a fornire la prova logica della provenienza illecita del denaro stesso.

I fatti che hanno portato al giudizio della Corte

Il Supremo Collegio si è trovato a giudicare il ricorso presentato da una donna, indagata per il reato di riciclaggio, contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame di Napoli che confermava la sentenza di primo grado dello stesso Tribunale partenopeo e che prescriveva il sequestro preventivo nei suoi confronti di 80.000 euro precedentemente disposto dal Giudice per le Indagini Preliminari.

La donna ha proposto ricorso per Cassazione contro la decisione del Tribunale del Riesame affermando che lo stesso avrebbe basato la sua decisione su dei semplici indizi derivati solo da alcuni particolari elementi. Tra questi la modalità di trasporto del denaro, o il fatto che la ricorrente stessa non godesse di consistenti redditi o, infine, che fosse legata da vincoli di parentela con soggetti noti agli organi di Polizia Giudiziaria per aver commesso diversi illeciti di natura penale. In pratica, la ricorrente sosteneva che il Tribunale partenopeo abbia errato nella valutazione delle prove a suo carico.

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La decisione della Suprema Corte

Il Supremo Collegio ha giudicato inammissibile il ricorso della donna. La Corte di Cassazione ha, preliminarmente, evidenziato che ci si trova di fronte ad un ricorso sull'applicazione di misure cautelari reali. E, in questo caso, in conformità a quanto disposto dall'articolo 325, comma 1, del Codice di procedura penale il ricorso per Cassazione è ammissibile solo in caso di "violazione di legge".

La Corte si premura anche di precisare che, all'interno del concetto di violazione di legge, possono farsi rientrare, ad esempio, la mancanza assoluta di motivazione o la motivazione solamente apparente.

D'altra parte, continua la Suprema Corte, se la ricorrente avesse veramente voluto sostenere l'illogicità o la contraddittorietà della motivazione della sentenza, avrebbe dovuto presentare ricorso basandolo su quanto statuito dall'articolo 606, lettera e), del Codice di Procedura Penale.

In tema di "Casi di ricorso" tale articolo stabilisce che: "Il ricorso per cassazione può essere proposto per i seguenti motivi: e) mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato ovvero da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame".

Per contro, la Cassazione fa notare come le doglianze della ricorrente si risolvano nel tentativo di proporre un nuovo sindacato della motivazione chiaramente espressa dal giudice di prime cure.

Di conseguenza, non possono essere ricondotte al concetto di violazione di legge asseritamente sostenuto dalla ricorrente. Anche perché, precisa la Corte, il provvedimento impugnato è stato adeguatamente motivato.

Venendo al reato di riciclaggio di denaro, la Suprema Corte fa notare come il Tribunale del Riesame partenopeo non abbia fatto altro che richiamare un consolidato orientamento della stessa Cassazione secondo il quale, in tema di misure cautelari, l'accertamento del reato di riciclaggio non richiede che venga individuata l'esatta tipologia del delitto presupposto.

Non sarebbe necessario neanche che vengano identificate precisamente le persone offese. Secondo la Suprema Corte di Cassazione è sufficiente che venga raggiunta la prova logica della provenienza illecita di qualsiasi utilità ottenuta.

E nel caso di specie il trasporto del denaro nei pantaloni e nella biancheria intima della ricorrente è sufficiente, secondo il giudice di legittimità, a fornire tale prova logica dell'illecita provenienza. Anche perché la somma era molto ingente e la donna non aveva fornito ragioni plausibili circa la provenienza dei suoi redditi considerando anche che era senza lavoro.

La donna, infatti, aveva sostenuto di aver ricevuto tale somma dalla suocera. Tanto più che sia il marito che il padre della ricorrente erano soggetti noti agli organi di Polizia. E la difesa della donna non aveva saputo fornire idonea prova documentale circa l'asserita provenienza lecita dei denari. Per tali motivi il ricorso è stato rigettato.

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