Il reato di atti osceni è disciplinano dall'articolo 527 del nostro codice penale. Tale norma, al primo comma, prevede che il soggetto che si renda colpevole di tale reato sia punito con una sanzione pecuniaria molto pesante e variabile dai 5.000 ai 30.000 euro. Ma se il reato viene commesso in luoghi che sono abitualmente frequentati da minori o nei pressi di tali luoghi, come ad esempio nelle vicinanze di un parco pubblico, si può essere condannati alla reclusione da un minimo di quattro mesi ad un massimo di quattro anni.

In relazione a questa seconda ipotesi, recentemente la Corte di Cassazione ha, in estrema sintesi, statuito che se gli atti osceni vengono commessi all'interno di un veicolo, lo stesso non può essere oggetto di sequestro preventivo perché di per sé la macchina non è strumentalmente legata alla commissione del reato se non in via del tutto occasionale. Queste le conclusioni della Sentenza n°42129 della Terza Sezione Penale della Suprema Corte.

I fatti che hanno portato al giudizio della Corte

La Suprema Corte si è trovata a decidere attorno al ricorso presentato da un soggetto che, in almeno due occasioni, aveva avvicinato delle ragazze con la propria autovettura, per poi compiere degli atti osceni davanti a loro mentre si trovava sulla propria auto. Il Pubblico Ministero aveva chiesto il sequestro preventivo della vettura che, in sede di giudizio di primo grado era stato negato ma, successivamente, confermato in sede di Corte d'Appello.

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Cronaca Nera

Infatti, la Corte d'Appello, concordando con l'interpretazione del Pubblico Ministero, che il sequestro preventivo del veicolo andava concesso per evitare il reiterarsi del reato da parte del soggetto imputato. Costui ha presentato ricorso per Cassazione contro tale decisione sostenendo che nel caso specifico del sequestro del veicolo la Corte territoriale avrebbe commesso una violazione di legge non sussistendo gli elementi previsti dalla norma per predisporre la misura cautelare del sequestro preventivo.

La motivazione della Suprema Corte

Il Supremo Collegio ha ritenuto fondato il ricorso presentato dalla difesa dell'imputato. Infatti, in via preliminare, la Corte ammette che la misura cautelare del sequestro preventivo può avere la duplice finalità sia di sottrarre il bene oggetto del sequestro alla disponibilità del titolare per la sua successiva confisca, sia di impedire il reiterarsi dello stesso reato o la commissione di reati diversi, in base al disposto dell'articolo 321, commi 1 e 2, del codice di procedura penale.

D'altra parte. la Corte di Cassazione fa notare che affinché possa darsi luogo alla misura cautelare del sequestro preventivo è necessario rintracciare un legame funzionale non meramente occasionale tra il bene oggetto di sequestro e la commissione del reato o di altre condotte penalmente rilevanti.

La Corte di Cassazione, inoltre, ha evidenziato come un suo orientamento consolidato sia quello di non consentire il sequestro preventivo del bene che non sia funzionalmente legato alla commissione dell'illecito anche in altre fattispecie di reato quali, ad esempio, la violenza privata e gli atti persecutori.

Inoltre, il Supremo Collegio evidenziava che in tutti questi casi il bene oggetto dell'eventuale sequestro era stato usato solo occasionalmente per la commissione del reato. Dove, invece, il bene veniva usato abitualmente per commettere degli illeciti, come nel caso di spaccio di sostanze stupefacenti, l'orientamento della Corte di Cassazione era quello di ammettere la possibilità del sequestro preventivo del bene.

Inoltre, la Corte evidenzia come, oltre al carattere del legame funzionale con il reato e dell'uso abituale del bene per commettere il reato stesso, per consentire l'applicazione del sequestro preventivo deve essere dimostrata l'efficacia della misura stessa a impedire il reiterarsi del reato. E questo fornendo elementi precisi e concordanti. A tale proposito, richiamando un suo precedente e consolidato orientamento, la Corte di Cassazione specifica che per "cosa pertinente al reato" deve intendersi quella cosa che non solo è servita a commettere il reato, ma che è anche strutturalmente funzionale alla sua reiterazione.

Di conseguenza, per la Corte l'interpretazione discrezionale del giudice di merito deve essere indirizzata a determinare la pericolosità intrinseca dei beni possibili oggetto di sequestro preventivo. Dato che gli elementi forniti durante il giudizio di merito non hanno evidenziato il necessario nesso pertinenziale fra la vettura ed il reato di atti osceni e, di conseguenza, la caratteristica della pericolosità intrinseca della vettura stessa nella commissione dell'illecito, la Corte di Cassazione ritiene che il Tribunale di merito sia partito da un presupposto errato e, per tali motivi, ha ritenuto fondato il ricorso dell'imputato.

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