Quando la rabbia diventa colore: ecco la mostra su Pollock, dal 24 settembre al 16 febbraio a Milano.

C' è una foto che campeggia all'ingresso della mostra, sono i pittori dell'action painting che, vestiti in doppio petto e cravatta, si fanno ritrarre in una foto rimasta nella storia. In mezzo a loro si riconosce Pollock, preso di profilo, seduto, ma piegato in avanti con una sigaretta in bocca. La foto è del gennaio del 1951, scattata da Life. La foto con gli abiti da banchieri non è una foto qualunque, ma una reazione di protesta al rifiuto categorico opposto dal presidente del Metropolitan Musuem di New York di invitarli alla mostra che si stava organizzando nel 1950 sulla pittura contemporanea americana.

Da quel momento l'Herald Tribune li battezzò "Gli irascibili", ma la reazione di protesta c'era stata e una lettera inviata al direttore del Metropolitan lo comprova.

Accanto alla famosa tela n. 27 lunga tre metri ed alta un metro e mezzo, di Pollock, per la seconda volta in Italia giungono 60 tele provenienti dal Whitney Museum di New York e appartenenti a 18 artisti che si esprimono secondo lo stile dell'Espressionismo astratto. Il curatore della mostra Carter Foster insieme alla collaborazione di Luca Beatrice ha però sistemato le opere in modo da garantire e consegnare al visitatore anche quel carattere di ribellione e di giocoso automatismo che ne rappresentano la fonte e la scaturigine primaria.

Ebbene c'è una sala che più delle altre proprio per questa ragione affascina.

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E' una sala centrale nel percorso espositivo. Al centro un grande divano rotondo su cui i visitatori si distendono per ammirare un quadro durante il suo percorso di realizzazione, un quadro particolare, che non è attaccato alla parete ma sul soffitto. Cosa si può vedere? La lastra di vetro riflette l'azzurro di un cielo, sopra la lastra la figura dell'artista che sta dipingendo versando del colore dal barattolo, con la tecnica del dripping, della sgocciolatura. Intorno una colonna sonora ad occupare i che commenta questa azione pittorica e ci incanta. Ma più ci incanta il movimento del colore e delle gocce che vengono loro spazi, che si espandono, che tolgono spazio a quell'azzurro del cielo che campeggia sopra e che si riflette sulla lastra di vetro. Tutti, adulti, bambini e anziani rimangono con gli occhi incollati a osservare  sono distesi sul divano, e guardano fisso con il capo rivolto al soffitto.

Con questo allestimento viene resa fedeltà ai due principi che hanno guidato la mano di Pollock e degli altri artisti: la ribellione all'iconografia tradizionale e insieme il procedere per un automatismo che è insieme giocoso e alogico.

Per questo la mostra, nella sua esplosione eslege di colore piace anche ai bambini, per quell'approccio alogico con la materia cromatica che è nel dna di ogni uomo.

L'istinto primordiale al colore, questa dimensione che è prettamente antropologica, precedente ad ogni substrato culturale piace e attira tutti. Poi arrivano le catalogazioni dei critici, e lo chiamano espressionismo astratto, action painting, dripping, e così via, ma il divertissement del colore libero di distribuirsi all'insaputa dello stesso artista è questo l'aspetto che attrae e che nella rete complessa delle culture tecnologiche contemporanee destabilizza, perché è forse una rivendicazione del gioco e di automatismi alogici e primordiali.