La mostra di Warhol, una sorpresa per il visitatore, da scoprire sino al 9 marzo 2014.

"Tu fai ancora più Arte": ecco il consiglio che dà Warhol attraverso questa mostra. Tra le grandi mostre che hanno inaugurato questo autunno milanese, quella su Warhol merita una lettura e un commento particolari.

Warhol non è un artista poco famoso, anche se la sua opera riscontra plausi piuttosto tiepidi, almeno per il gusto italiano. La sua produzione, infatti, più che attestarsi come opera d'arte, è solitamente considerata un gradino più sù del linguaggio pubblicitario. Questo perlomeno è il giudizio di tanti. E l'innovazione sembra entrare di prepotenza non tanto sull'immagine in sé, che è già preesistente, quanto sulle innumerevoli manipolazioni che l'artista ne ha fatto.

Ma sono proprio quelle manipolazioni, ci dice il critico Argan, motivano il consumo attivo che l'immagine pubblicitaria subisce attraverso la trasformazione in serigrafia (la duplicazione e la produzione in serie) e provoca, di conseguenza, il suo inesorabile svilimento.

Warhol sembra dirci che le immagini, pittoriche o scultoree o di sola fotografia, quando entrano nel mondo, nella società di massa, vanno incontro ad un destino comune, tendono a svilirsi e a perdere significato. Lo vediamo nel volto della Marylin, o in quello di Liz Taylor, due veneri della contemporaneità, due miti, ma come sempre, ciò che viene mitizzato ha un fondamento fasullo. Questo lo dimostra il quadro Marilyn azzurra "sparata". Persino quella Marilyn presenta sulla fronte una macchietta bianca, e quella macchietta bianca altro non è che il tentativo fatto dall'autore di cancellare e coprire il foro di una pallottola.

I migliori video del giorno

Una amica di Warhol, entrando nel suo studio sulla 47 strada ad est di Manhattan, gli chiese: "Dove sono le tele?". Lui le stava scaricando da un furgone per sistemarle nel suo studio. Lei, senza colpo ferire, puntò la rivoltella e sparò proprio su quel volto.

Eppure immagino che nessuno abbia mai visto il solo quadro costruito dall'autore senza avvalersi di una immagine preesistente. L'opera porta il titolo Rorschach (1984) ed è interamente dipinta da lui. Ebbene, se si visita la mostra, questo quadro si trova nella stanza finale. E' di dimensioni imponenti: 417,2 X 292,1. Sembra un arabesco su tela bianca. Trionfa nella sala perché è una gigantesca figura astratta, decorativa. Si ispira ai famosi test usati in psichiatria per la lettura della personalità. Ma Warhol nulla sapeva che essi venissero sottoposti al paziente e che dalla loro interpretazione libera il medico deducesse quali tensioni si celassero nell'inconscio. Eppure nasce quest'opera, che è la sola tra le 160 presenti, tutte appartenenti alla collezione Brant, la cui genesi non si lega ad immagini preesistenti.

Altri quadri più famosi sono quelli che rappresentano la sedia elettrica, messa su sfondi coloratissimi, quasi a voler esorcizzare la paura della morte e certi rituali infernali cui la grande America si è abbandonata. Da non perdere inoltre le tante foto di divi e celebrità appartenenti alla Fondazione Brant.

Questa mostra merita di essere visitata perché insieme alle opere scopri un uomo anticonformista e irriverente, e insieme attratto dal mondo della celluloide. Una personalità originale e alternativa che ai giovani talenti che gli si avvicinavano amava dire: "Non pensare di fare arte, falla e basta. Lascia che siano gli altri a decidere se è buona o cattiva, se gli piace o gli faccia schifo. Intanto, mentre gli altri sono lì a decidere se è arte o non lo è, tu fai ancora più arte".