Difficile recensire Nymphomaniac Vol. I perché la divisione in due parti dell'ultimo film di Lars von Trier ha ovviamente solo ragioni distributive. Nonostante ciò, in attesa che la seconda parte esca il 24 aprile, non possiamo non parlarne, prima di tutto perché è un film che fa discutere, secondo poi perché oggi nei Cinema c'è solo il primo volume, che in un certo senso è la prima metà del film, quella che racconta la giovinezza di Joe, ed è proprio su questa parte, che è una componente importante del tutto, vogliamo spendere qualche parola.

Nymphomaniac Vol. I: la recensione

Se Nymphomaniac Vol. I è pornografia, allora lo è anche una partita di calcio, un balletto olimpico e perfino un frigorifero pieno.

L'unica pornografia che troviamo nel primo volume di Nymphomaniac è quella intellettuale, sciorinata in un copione decisamente letterario e didascalico, azzardata da paragoni esacerbanti che potremmo definire volontariamente o involontariamente comici, e obnubilata dal von Trier-pensiero.

Siamo d'accordo: è la versione integrale quella più ricca di nudi e scene di sesso, ma fondamentalmente non crediamo che le carte in tavola cambino più di tanto. È sufficiente vedere qualche immagine di Nymphomaniac Vol. I per renderci conto di come sia l'immagine cinematografica a essere pornografica e non il contenuto.

La protagonista è una Lolita dei giorni nostri molto sfacciata ed esuberante che in mente ha una sola ossessione: il sesso, che si dipana in un lasso temporale lungo una vita: da quando scopre il suo sesso all'età di 2 anni (ma chi è che si ricorda qualcosa di quando aveva 2 anni?) a quando il destino la costringe a un lungo esame di coscienza raccontato a un gentile signore appassionato di pesca di nome Seligman, che a sua volta rappresenta l'alter-ego del regista ("Sono antisionista, ciò non significa che sia antisemita", dice a un certo punto e la mente ricorre subito al Festival di Cannes di qualche anno fa).

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Il sesso c'è, i nudi anche, ma sarebbe improprio se non ci fossero per un film che parla di un tabù, qui espresso alla sua ennesima potenza. La tendenza di von Trier a voler raccontare temi "proibiti" come la depressione e il sesso si svela in tutta la sua fredda lucidità: la pornografia di von Trier risulta infatti più evidente nella combinazione delle immagini che nello svisceramento dei contenuti. È più pornografico l'iniziale sfondo nero del prologo, quasi come fosse un intermezzo di "2001: Odissea nello Spazio", che una scena di fellatio. Così come è pornografica l'autocitazione ad "Antichrist" (la volpe), il rimando alla propria vita (il riferimento all'antisionismo), le didascalie visive (il sacco di patate, il gatto, i numeri, la geometria del parcheggio) e il suo modo di fare cinema (che include un po' tutto).

Ecco, è in questo senso che von Trier si mette a nudo: Joe è soltanto uno specchietto per le allodole, così come il manifesto del film. È tutto un inganno per convincerci a vedere un nuovo film di von Trier.

E a osservare come lo dirige.

Film, peraltro, che speriamo funzioni come Melancholia, con una seconda parte in crescendo che ragioni logicamente con una prima parte non del tutto convincente. Ma se dovessimo fare un confronto, Melancholia a questo punto del tragitto, sarebbe già un bel passo avanti. Staremo a vedere. In tutti i sensi.