Edizione Brunschvicg

Section VI. Les philosophes

372. Mentre scrivo il mio pensiero, questo talvolta mi sfugge; ma ciò mi fa ricordare la mia debolezza, che dimentico ad ogni momento; il che m'istruisce quanto il pensiero dimenticato, poiché non tendo che a conoscere il mio nulla.

Commento

L'uomo è definito da Pascal come una «canna pensante» (Pensieri, n. 348) che si accosta al mistero della vita per mezzo della sua facoltà preminente, delicata custode dell'essenza dell'uomo: il pensare.

E quand'anche quest'ultimo venisse meno per un attimo, ciò sarebbe comunque valso a ricordargli la sua misera condizione.

Egli «non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; […] Non occorre che l'universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d'acqua è sufficiente per ucciderlo» (Pensieri, n.347).

Per meglio chiarire chi è l'uomo e qual è la sua natura, è forse possibile paragonarlo ad una goccia di pioggia: piccola precipita dal cielo, compie il breve volo, modifica la sua forma nell'aria, e dopo pochi istanti , cessa di esistere.

L'universo intorno ad essa muta incessantemente, ignaro di tutte le gocce che solcano il terreno di quei punti che, come la Terra, popolano lo spazio.

Ecco che l'uomo risulta essere parte infinitesima di una realtà sconfinata, tuttavia è anche altro da questo. Egli partecipa della grandezza, perchè, ambendo ad una vita interminabile e ricercando la felicità eterna, è in lui l'aspirazione all'infinito.

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E come la goccia diventerà nuovamente pioggia per il ciclo della natura, così anche l'uomo che ricerca l'infinito, ritornerà ad esso, poiché quello è il luogo donde proviene (d'altra parte sarebbe impossibile desiderare qualcosa che non si è mai conosciuto almeno in origine).

Durante tutta la sua vita, però, questo essere autocosciente che è l'uomo vive una sgomenta condizione di smarrimento dinnanzi a ciò che è immensamente vasto, come l'universo, e a ciò che è smisuratamente piccolo, come un acaro, specialmente se considerato che a sua volta esso potrebbe contenere «un'infinità di universi di cui ciascuno ha il suo firmamento, i suoi pianeti, la sua terra» (Pensieri, n.72).

Pascal intuisce di essere «Un niente rispetto all'infinito, un tutto rispetto al niente» (Pensieri, n.72), è cosciente della propria vertiginosa piccolezza in seno ad un cosmo esteso miliardi di anni luce, ma possiede la capacità di meditare su questo presupposto, distinguendosi dalle altre creature dell'universo.

Egli afferma che la grandezza dell'uomo consiste nell'avere coscienza della propria miseria: «L'uomo è grande poiché si riconosce miserabile.

Un albero non si conosce miserabile. Si è quindi miserabili perché ci si riconosce tali: ma è essere grandi riconoscere di essere miserabili.» (Pensieri, n. 397).

La natura stessa dell'uomo gli impedisce tuttavia di indagare il mistero del cosmo, poiché il tutto e il nulla sono due entità incomprensibili attraverso procedimenti razionali; l'uomo può solo lasciarsi cogliere dall'infinito, contemplarlo in silenzio.

Attraverso il procedimento razionalistico e scientifico, l'uomo può conoscere soltanto gli aspetti fenomenici della realtà che non ne spiegano però il senso profondo, non ne colgono l'essenza, l'interezza. Soltanto grazie all'esprit de finesse, con cui Pascal indicava il processo cognitivo fondato sul sentimento e sull'intuizione, è possibile comprendere la contraddittorietà dell'esperienza umana e il mondo. Come Pascal afferma: «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (Pensieri, n. 277).

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