Il regno d'inverno- Sleep Winter, il film vincitore a Cannes nel 2014 è finalmente arrivato nelle sale italiane dal 9 ottobre e suscita un inesplicabile richiamo, non solo per la lunghezza della pellicola tutta costruita su piani sequenza, ma per l'importanza degli interrogativi che pone alla coscienza contemporanea. Il film è lungo e la narrazione, un po' come nei racconti di Checov, si sofferma su particolari semplici e significativi e si svolge perlopiù negli interni claustrofobici delle case scavate nella roccia delle montagne della Cappadocia. Il protagonista, Aydin, è un attore di teatro che si è ritirato dalle scene e vive con la giovane moglie in un albergo, l'Othello, che lui gestisce come gestisce diversi appartamenti messi in affitto nella zona.

Ma differenti sono gli uomini che vivono nel suo albergo e nei suoi appartamenti. I ricchi ovviamente viaggiano, i poveri non riescono neppure a pagare l'affitto ed il suo avvocato provvede al sequestro del frigorifero e del televisore per gli inadempienti.

Questo non sarebbe niente se nella vita quotidiana non avesse da confrontarsi con la giovane moglie, Nihal, e la sorella che è ritornata a vivere nella casa paterna dopo il divorzio. Quello che non va nel suo rapporto con la moglie è il continuo interesse verso tutto quello che lei fa e che viene letto dalla donna come un tentativo soffocante di controllo. Dove sta il bene e dove sta il male? Perchè quello che crediamo possa essere un bene, viene dall'altro letto come una prevaricazione, o un tentativo di togliere autonomia? Perchè le scelte che facciamo ci portano il più delle volte su strade che neppure avevamo immaginato? E che cos'è la vita per un uomo che non ha il conforto di una fede, e che si muove in un mondo a forte maggioranza islamica? La ragione e il bene ci aiutano a vivere? A tutti questi interrogativi Ceylan prova a dare una risposta e la fine dolente e insieme forse prevedibile è intervallata da momenti di grande tensione, come quella con cui il film si apre, del lancio di una pietra che spacca il vetro della macchina su cui viaggia il possidente-protagonista del film.

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La crisi familiare si acuisce e lui, Aydin, cerca di fuggire verso Istanbul, un po' come fanno i ricchi possidenti nei racconti di Cechov. Ma poi si ravvede. In questo eterno dissidio sulla scelta da prendere e sulle opportunità che la vita ti offre per essere un benefattore si gioca l'intero film, sullo sfondo di una Cappadocia ritratta non solo nei paesaggi suggestivi coperti ormai dalle prime nevi, ma negli uomini che la abitano, gente rude ma di buon cuore. Le abitudini degli uomini sono uguali in tutte le latitudini: la vita è quell'enigma che sfugge ad ogni pianificazione, e l'amore, ah, l'amore poi finisce, ma il bisogno di diffondere ovunque armonia e cultura rimane una necessità imperativa, al di sopra, anche del vil denaro. E anche quando hai tentato di far del bene e non sei stato capito, e il male comunque avanza, forse il senso della vita sta in questo sforzo continuo di aver fatto comunque un tentativo, costi quel che costi.

Forse nelle riflessioni amletiche di questo autore turco sta il senso della lunga narrazione .

Ricordiamo ai lettori che il regista con il film 'Le tre scimmie' ha vinto a Cannes il premio per la migliore regia, e che l'ultimo suo film è stato ' C'era una volta in Anatolia'.