La mostra di Van Gogh a Milano, un viaggio nei colori e nel cuore di un genio suicida. Van Gogh è un mito, i suoi quadri, quelle pennellate virgolettate con cui dipinge le distese di grano e i cieli della Provenza, quella pennellata ad occhiello con cui copre le grandi campiture color lapislazzulo e oro, e i fiori, i mille fiori con cui ci accoglie, nella mostra allestita a Palazzo Reale sono davvero una gioia degli occhi e del cuore. Vederla è come regalarsi un'ora di estasi totale, e i tanti integratori con cui riempiamo il nostro corpo per far fronte ai problemi della vita non sono niente rispetto alle molte gioie che questa mostra ci regala.

Più di cinquanta i lavori di questo artista ineguagliabile, con opere che provengono perlopiù dal Kroller -Muller-Museum di Otterlo. Da tale museo ad esempio proviene l'Autoritratto del 1887, il Ritratto di Joseph Roulin del 1889, la Vista di Saintes Marie de la Mer del 1888, la Testa di Pescatore del 1883, e il Bruciatore di stoppie seduto in carriola con la moglie del 1883. Ma ad accoglierci all'inizio, accanto al suo autoritratto, c'è il quadro di rose e peonie su sfondo rosso bordeaux. E quelle rose in alto, con le peonie in basso reclinate e sfioranti la base, sono già esse, dopo il volto bruciato dal sole dell'artista, un passepartout per entrare nelle singolari e coloratissime visioni di Van Gogh.

Ma c'è un quadro, in questa stupenda rassegna, che meglio ci fa entrare nel suo mondo, è la Natura morta con cipolle (Arles-1889). In quel quadro sono disposte su un tavolo da cucina delle cipolle, una candela in un angolo, del vino, dell'acqua, una pipa, una lettera e un libro. Perché proprio questi oggetti e non altri?

Era povero Van Gogh, ma il furore dell'Arte lo divorava. Ogni giorno i suoi occhi si posavano su aspetti del paesaggio e studiavano attentamente particolari inediti, ma era solo, troppo solo, e scriveva lunghe lettere al fratello che ora sono esposte alla mostra. Così capiamo che il suo vero sostegno morale era il fratello Theo, quel mercante d'arte che a Parigi lo aveva introdotto negli ambienti dei pittori più sperimentali, con la speranza di stimolarlo e spingerlo a produrre opere sempre nuove.

Dunque dai fiori a semplici oggetti di casa e i suoi tanti autoritratti hanno una ragione. Era così povero che non poteva permettersi di pagare un modello, e un po' come il moderno selfie, si autodipingeva. Scriverà in una delle lettere 'Per quanto concerne quello che sto facendo io, mi sono mancati i soldi per pagare i modelli, altrimenti mi sarei dedicato anima e corpo a dipingere figure, ma ho fatto una serie di studi sul colore dipingendo semplicemente dei fiori. Quindi sto lottando per la vita e l'avanzare nell'arte impressionista'. Così comprendiamo che quei fiori meravigliosi che tempestano le ultime tele della mostra e intessono i giardini della terra di Francia non sono stati altro che buone occasioni per sperimentare la tavolozza dei suoi colori, di quei colori che i suoi occhi vedevano e che andavano resi nel tripudio sfolgorante della primavera e dell'estate.

Fa bene visitare questa mostra perché è un po' come camminare insieme a lui sul fil di lana di una ricerca appassionata e divorante, dove niente contava se non la sua pittura, assoluto e intangibile cuneo di bellezza infilato negli abissi della sua depressione. La mostra rimarrà aperta sino all'8 marzo 2014, ed è curata dal Comune di Milano, Arthemisia Group e il Sole 24 Ore.