Uri Orlev, Pepe Danquart, Yoram Friedman: lo scrittore, il regista e il bambino, la forza eternatrice di un libro, la potenza di un film e il coraggio di una vita. Era l'inverno del 1943 quando ebbe inizio questa storia, la storia che racconta della corsa di un ragazzino ebreo, di nazionalità polacca, verso la sopravvivenza. Contro ogni paura, contro ogni dolore. Giorno dopo giorno, impronta dopo impronta, lacrima dopo lacrima.

Yoram Friedman oggi ha 79 anni e vive in Israele: all'epoca del racconto ne aveva solo 8 e viveva nel ghetto di Varsavia. Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, per sfuggire alle truppe naziste, fu costretto a lasciare tutto: casa, famiglia, amici, ogni piccola sicurezza. Per tre lunghi, interminabili anni, marchiati a fuoco sulla pelle e nell'anima, continuò a scappare, attuando astuti piani per non essere trovato e riconosciuto, fuggendo dalla propria identità e reinventandosi quotidianamente, portando al collo il Crocifisso e recitando Ave Maria per apparire un orfano cattolico, vagabondando tra boschi e campi, soffrendo il freddo e la fame, dormendo sui rami o tra le tombe, trovando riparo tra la vegetazione e nelle case dei contadini, cacciando e facendo piccoli lavoretti per nutrirsi.

Una corsa verso la vita, una sfida alla morte. E, ogni giorno, anche dopo essere rimasto senza un braccio per il rifiuto di un medico di prestargli le necessarie cure (perché aveva capito che era ebreo), con l'aiuto di alcuni e i tradimenti di altri, trovava un motivo per non smettere di correre e per obbedire al comando dal padre, stigmatizzato in quel "Ti ordino di sopravvivere".

La storia di Yoram Friedman è tornata a rivivere nelle pagine del best seller "Corri ragazzo corri", dello scrittore israeliano Uri Orlev e, da qui, sul grande schermo per mano del regista premio Oscar Pepe Danquart.

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Figlio e vittima di un tempo infausto, costretto a "stare al gioco" e a sopportare tutto, il piccolo Jurek assurge ad emblema di quella forza vitale che non smette mai di ardere, che non è disposta a piegarsi davanti ad una realtà assurda, che lotta incessantemente e senza cercare un senso, perché un senso non c'è. Ci si ritrova di fronte ad un'alienazione che appare inevitabile all'interno di quel vortice di disumana ed efferata follia.

Ad interpretare il protagonista, il piccolo Srulik che, per non farsi riconoscere, prende il nome di Jurek Staniak, è il giovane gemelli Andrzej Tkacz. Il film, che sarà proiettato nelle sale italiane nei giorni 26, 27 e 28 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, apre a nuovi e differenti punti di vista sulla Shoah, permettendo di riviverne avvenimenti e sofferenze attraverso gli occhi e l'avventura esistenziale, in continuo divenire, di un bambino.

"Corri ragazzo corri" è una pellicola forte, potente, multisfaccettata, come la storia che racconta: è un film sull'Olocausto, sulla guerra, sull'infanzia rubata, ma è anche un film che celebra la vita, quella vita che non è affatto disposta a mollare la presa, nemmeno quando rimane indefinitamente sospesa tra spazio e tempo. E queste storie vanno raccontate, ricordate, "riportate al cuore". Di queste storie che hanno fatto la storia va fatta memoria.

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