Un attore di Hollywood sul viale del tramonto, insoddisfatto del pur grandioso successo ottenuto in passato grazie al ruolo di un supereroe dalle ali d'uccello (appunto Birdman), vuole misurarsi con il teatro per capire se, come artista, vale ancora qualcosa. Decide così di mettere in scena a Broadway l'adattamento teatrale di un racconto di Raymond Carver: Di cosa parliamo quando parliamo d'amore. Per la rappresentazione riunisce un cast di attori che reputa molto bravi, tra cui la giovane figlia (interpretata da Emma Stone), ex tossicodipendente appena uscita da un rehab. Birdman, il film del regista messicano Alejandro González Iñárritu, in uscita domani 5 febbraio nelle sale italiane, si dipana lungo lo spazio temporale dei tre giorni che precedono il debutto, quando nel regista e protagonista della pièce e nei suoi attori riaffiorano angosce e paure sopite, intimi desideri e mancanze, il materiale magmatico della loro interiorità e delle loro urgenze esistenziali.

Come nei suoi film precedenti, dal messicano Amores Perros, una riflessione su rapporti famigliari e paternità, violenza e amore, al più celebre 21 grammi fino alle tinte cupissime e asfissianti di Biutiful, il regista, anche in questo Birdman ricrea quel meccanismo ad incastro tra interstizi privati e costruzioni sociali, che incide il tratto principale della sua cifra stilistica, l'allestimento di quel pentolone ribollente di sostanza incandescente che è il primo segno di quel suo riversare quasi affamato, quasi disperato, sul Cinema le sue emergenze morali, investendolo del compito altissimo, ma arduo, di disciplinare gli interrogativi filosofici e rappresentare la vita nei suoi girotondi emotivi. "Faccio cinema per camuffare la mia ignoranza, mi serve per capire qualcosa della vita", ha confessato non molto tempo fa il regista messicano e guardando i suoi film così strutturalmente complessi, ma al contempo pieni di una tumultuosa verità e di una così inquieta umanità, è impossibile non afferrare che cosa intenda dire.

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In questo suo ultimo fa un passo in più, offrendo l'occasione di una lettura in filigrana in un certo senso meta-filmica e meta-teatrale, innescando un gioco di specchi e mutui riconoscimenti: è confessatamente non casuale la scelta di Michael Keaton come attore protagonista e di Edward Norton come suo comprimario. Keaton, come il personaggio che interpreta, ha conosciuto la fama grazie al ruolo di un supereroe (quel Batman così consonante al nome del supereroe del film) e poi è stato un po' dimenticato, mentre Norton è un attore che alterna cinema e teatro, unanimemente considerato eccellente, ma anche di carattere difficile, esattamente come il suo personaggio. Iñárritu sembra, così, squarciare deliberatamente il divisorio tra vita vera e vita recitata, sottoponendo i suoi attori alla prova della dedizione assoluta al personaggio, indossato da tutti, nessuno escluso, come un guanto perfetto. E se pure il film ha diviso la critica per qualche suo eccesso, resta comunque un'occasione da non perdere per frequentare il grande cinema.

Non può essere solo un caso il fatto di esser stato candidato a ben 9 statuette.