Si svela e si scopre poeta a distanza di circa vent’anni e decide di pubblicare le sue “Anomalie”. Nel 2000 aveva già scritto la raccolta di poesie, infatti Francesco De Luca provò febbrilmente a contattare editori in tutta Italia ma senza risultato. Non c’erano i social network, né Google o Wikipedia e il web era appena nato. Si andava in biblioteca o libreria per studiare, tutti i contatti erano più complessi e macchinosi. Evidentemente non era il suo momento. Sono passati quasi vent’anni, tornato dall’Asia, evidentemente maturato, grazie all’incitamento di alcune persone a lui vicine, e con un poco di fortuna ha incontrato “Terre Sommerse” e così i suoi versi sono stati svelati.

Per De Luca pubblicare le sue poesie è stato come denudarsi e anche un po’ donarsi. Si racconta in questa intervista pochi mesi dopo il suo esordio come scrittore.

Francesco, lei ama la poesia e le “vive” sin da quando era piccolo, insieme alla musica. Ci parli di questo rapporto speciale.

Preferisco siano le mie poesie a parlare di questo. Quello che mi sento di dire è che la poesia è una chiamata, una vocazione. Non ci si improvvisa scrittori o poeti o musicisti. C’è molto più di questo. E’ necessario un lungo apprendistato, molta esperienza intesa come affinamento di capacità d’ascolto, capacità di visione, capacità di empatia e di sintonizzazione cosmica, amore per la solitudine e il silenzio. La musica è una parte imprescindibile della vita e dell’arte.

Senza la musica molte mie poesie e pensieri o sogni non esisterebbero.

Francesco nella sua raccolta di poesie Lei manifesta molti pensieri che immancabilmente portano il lettore a schiuderne altri mille. I suoi versi hanno sicuramente qualcosa di autobiografico, pertanto, quanto quello che scrive nasce da un’emozione e quanto dalla poesia in sé?

E' vero ci sono sicuramente dei rimandi autobiografici espressi in un flusso continuo universale, per questo credo appartengano a tutti, non solo a me stesso.Non scinderei emozione e poesia.

Cerco di rimanere attento sulla frequenza, in quest’epoca di folli schizofrenici è fondamentale riuscire a trattenere e difendere il segnale della poesia. Sono sicuramente un disciplinato nella preparazione e nel credo, ma un istintivo nello scrivere. Non ci sono luoghi prediletti, ma condizioni predilette per scrivere. Amo il silenzio.

Nel corso della sua vita ha viaggiato moltissimo e avrà collezionato esperienze, amicizie, culture e tanto altro nel mondo; a quale città o persona vorrebbe dedicare un ricordo?

In Cina è rimasta una parte di me. Ho amato molto quel popolo. Direi Houhai, un piccolo paesino di mille anime di pescatori, vicino a Sanya, il capoluogo dell’isola di Hainan, dove ho vissuto quasi tre anni, tra monsoni e mareggiate oceaniche.

Se dovesse descriversi o consigliare un libro quale sarebbe? Ha altre poesie nel cassetto?

Non sono in grado di descrivermi né voglio farlo. Un libro è difficile individuarne solamente uno, potrei citare molti autori a me vicini: tutto di Trakl, Rimbaud e Keats e Campana, Gozzano, Montale, Pascoli, Leopardi, Cavalcanti, Dante. In questi anni di autoesilio ho scritto diverse raccolte. Ne ho già pronte altre quattro. Sto lavorando sulla sesta quindi.

Per concludere che rapporto ha con i social network?

Che consiglio darebbe a uno scrittore emergente?

Internet ha un ruolo importantissimo, siamo incredibilmente più liberi di scambiarci idee, informazioni e verità. Possiamo mantenere i contatti con persone dall’altra parte del globo, bisogna anche essere prudenti, poiché molti sono anche i contro. La mancanza di onestà intellettuale nell’epoca della rete viene moltiplicata all’ennesima potenza; la tecnologia permette a tutti di dire tutto con un click. Non mi sento di dare consigli se non quello di leggere moltissimo, moltissimi grandi della letteratura vennero completamente ignorati e banditi. Furono incompresi e derisi, flagellati. Perché non dovremmo noi essere pronti ad un medesimo destino?

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