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Nella versione del regista David Alden, la lotta tra ugonotti e cattolici appare quasi come un presagio, un avvertimento, per una storia che potrebbe ripetersi. Anche se questa volta non per colpa dei cattolici. E c’è uno sguardo, infatti, forse un po’ al limite del blasfemo, come a simboleggiare un passaggio di consegna “del male”, dai vecchi cattolici, ai nuovi esponenti della lotta all’infedele. Le suore, infatti, inforcano spade affilate, i seguaci, vecchi cattolici e "nuovi boia”, indossano un cappuccio nero in testa e hanno le mani macchiate di sangue.

E c’è anche una “semi crocifissione” del Conte di Nevers, nel quarto atto, quando il neo sposo di Valentine non accetta e si rifiuta di prender parte alla strage degli ugonotti, spezzando la sua spada in segno di nobiltà.

Un cast d'eccezione, tra cui spicca il celebre tenore Juan Diego Flórez

Die Hugenotten, Gli Ugonotti, il grand-operà di Giacomo Meyerbeer (in scena fino al 4 febbraio 2017, al Deutsche Oper di Berlino, su libretto in lingua originale di Eugène Scribe ) viene completamente stravolto dal suo fulcro originale, per divenire nelle mani del regista newyorchese, un’opera che vorrebbe forse portare lo spettatore ad una riflessione accurata sull’umanità odierna. Il tutto supportato da un cast davvero d’eccezione, in un’atmosfera che non tralascia il lato romantico che l’opera porta con sé.

Partendo dal tenore Juan Diego Flórez, negli scorsi giorni anche ospite in diversi programmi televisivi tedeschi. Il pubblico lo adora già sin dalla primissima romanza “ Plus blanche que la blanche hermine”, accompagnata dalla viola, parte insolita per i tempi di Meyerbeer e incantevole per i giorni nostri.

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E sembra di sentirlo il ricordo che l’innamorato ha della sua amata Valentine “ più bianca dell’ermellino”, da lui salvata da una banda di studenti nei pressi di Amboise. La tecnica vocale di Flórez fa di lui, oggi, uno dei cantanti più indicati per l’esecuzione di questo particolare ruolo, non certo dalla facile interpretazione.

Di grande impatto scenico il croato Ante Jerkunica, il servo Marcel, molto raffinato nel corale luterano “Ein feste Burg”. Questo ruolo sembra fatto su misura per lui. “Pif, paf, pouf, cernons-les! Pif, paf, pouf, frappons-les!, segue il canto degli ugonotti, brava l’orchestra del Deutsche Oper diretta da Michele Mariotti, al suo primo debutto berlinese.

Nel cast anche l'italiana Patrizia Ciofi

Un po’ stramba l’apparizione della regina di Francia, Marguerite de Valois, il soprano Patrizia Ciofi, che non è, come di consueto, accompagnata dalle tante ancelle in déshabillé (scena che per altro in passato ha più volte scatenato l’ira di tanti) ma è sola, nelle sue stanze private, un po’ ammalata, distesa su di un triclino in attesa di un’infermiera.

Le ancelle poi compariranno in una sorta di balconata sopra la testa della regina. Una regnante che sì, è frivola, ma non leggera per come l’avrebbe intesa Meyerbeer. La parte di Marguerite de Valois è forse tra le più complesse dal punto di vista vocale, con le sue ricche colorature virtuosistiche, e la Cioffi, non nuova ai ruoli meyerbeeriani, riscuote, infatti, grande successo, e con lei anche il suo paggio Urbain, Irene Roberts.

Nella versione di Alden manca il tableau vivant

E’ davvero poco fedele il terzo atto. Avrebbe dovuto contenere uno di quei grandi tableau vivant del grand-operà, tra Rataplan, litanie cattoliche e corteo nuziale, ma invece si è trattato di una scena ambienta in una chiesa, poco dopo il matrimonio tra il conte di Nevers, un bravo Marc Barrard, e Valentine. Scompaiono persino le zingare, che invece, qui sono delle damigelle che, seppur dentro il luogo di culto, si vanno pian piano spogliando dei loro indumenti. Non certo di buon gusto.

Fedele è invece la figura di Valentine, la russa Olesya Golovneva, che ha catturato il pubblico tedesco nella “Parmi les pleurs” all’inizio del quarto atto.

Insomma un cast davvero da “bravo bravo!”.