Novant'anni di vita e un posto assicurato nella Storia. La morte di fidel castro consegna all'immaginario collettivo una figura controversa e dicotomica (rivoluzionario e dittatore, progressista e reazionario, elitario e populista), che i media hanno esplorato in maniera perlopiù distratta. Tra questi, il cinema - "tra tutte, l'arma più forte" secondo Benito Mussolini, "uno dei mezzi più moderni e scientifici di influenza sulle masse" secondo Joseph Goebbels, due che di media e regimi totalitari ne sapevano qualcosa - è stato lo strumento più rivelatore.

In attesa che gli storiografi facciano luce su ciò che è tuttora avvolto nelle tenebre, vediamo come la Settima Arte ha raccontato l'epopea di Fidel Castro e della sua Cuba post-Revolución.

Soy Cuba di Michail Kalatozov (Russia, 1964)

Un regista sovietico caro a Stalin si carica sulle spalle la responsabilità di raccontare la rivoluzione nella prima coproduzione URSS-cuba. Risultato: un capolavoro maledetto, colpevole per paradosso di essere troppo bello. Quindi, nella logica del regime, estetizzante, decadente, borghese e antirivoluzionario. Bisognerà attendere le rivalutazioni di Coppola e Scorsese perché Kalatozov trovi una rivalutazione postuma.

Lucía di Humberto Solás (Cuba, 1968)

Tre donne cubane accomunate dallo stesso nome, ma vissute in tre epoche diverse: durante la guerra ispano-americana, nella Havana dandy e borghese della dittatura Machado, e nell'immediato dopo-rivoluzione, fra campesinos in rivolta e sussulti protofemministi.

Memorie del sottosviluppo di Tomás Gutiérrez Alea (Cuba, 1968)

Giudicato il miglior film latino-americano di sempre, narra i tormenti di un intellettuale incerto su cosa fare della propria vita: emigrare a Miami o restare per rendere quella cubana una società più giusta? Ferocemente critico nei confronti del governo centrale, fece di Alea il più celebre regista cubano e il meno amato dai castristi.

Fragola e cioccolato di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío (Cuba, 1993)

Essere gay nella Havana di fine secolo, proprio mentre il regime allenta la morsa repressiva sull'omosessualità. Più commedia che opera di denuncia.

Buena Vista Social Club di Wim Wenders (Germania, 1999)

La celebrazione della vitalità della musica cubana in una festa per le orecchie orchestrata da due direttori d'eccezione: Wenders dietro la macchina da presa, Ry Cooder davanti, assieme a un manipolo di veterani del son afrocubano.

Successo epocale, come gli svisi di Compay Segundo.

Prima che sia notte di Julian Schnabel (USA, 2000)

Perseguitato perché gay, il poeta Reinaldo Arenas lascia la natia Cuba e si trasferisce in Florida, dove la vita è solo apparentemente più semplice. Cuba rimane perlopiù sullo sfondo, ma anche in absentia si sente.

Comandante di Oliver Stone (USA, 2003)

Un regista americano e il grande nemico. Accusato di eccessiva indulgenza nei confronti dell'interlocutore, Stone realizza in realtà un documentario rigoroso e umanista: non tratta Castro da gigante della Storia, ma da politico, evidenziandone tanto il pensiero quanto le umane debolezze (le Nike ai piedi).

Looking for Fidel di Oliver Stone (USA, 2004)

Quasi un risarcimento per il film precedente. Questa volta Stone, oltre al Comandante, dà voce ad avversari del regime e movimenti critici come Amnesty International. Un complemento necessario, anche se più episodico del prototipo.

Che di Steven Soderbergh (USA, 2008)

Nel magniloquente affresco dedicato a Ernesto Guevara non poteva mancare la lunga parentesi cubana, con un giovane Castro ancora utopista e idealista come si conviene a un autentico rivoluzionario. Molto più complesso, dialettico e aperto alla pluralità di punti di vista di tanti reportage giornalistici.

Maradona by Kusturica di Emir Kusturica (Francia/Serbia/Spagna, 2008)

Nel ritratto d'autore del Pibe de Oro, non poteva mancare l'amicizia con Fidel, principale ispiratore delle sue idee terzomondiste e dell'antipatia nei confronti degli USA. Squalifica ai Mondiali del '94 a parte, ovviamente.