Un anno fa Netflix ha annunciato l’uscita di questa pellicola, rivisitazione della storia del giovane Light Yagami e del suo insano tentativo di diventare “il Dio di un nuovo mondo”. Tale storia è il fulcro di Death Note (デスノート “Desu Nōto”), fumetto pubblicato dalla rivista Weekly Shōnen Jump nel lontano 2003 e realizzato da Tsugumi Ōba e Takeshi Obata. Il protagonista è un giovane studente dalla mente brillante, annoiato e stanco del marciume della società. Un giorno destino vuole che Light trovi uno strano quaderno in pelle che cela un inquietante potere, che consiste nel poter uccidere una persona in pochi secondi scrivendo semplicemente il suo nome su una pagina del quaderno.

Senza l’aggiunta di ulteriori condizioni riguardo il decesso, la morte avviene per infarto cardiaco, ma bisogna conoscere anche il viso della vittima perché possa funzionare. Il diabolico artefatto appartiene a Ryuk, uno spaventoso shinigami (divinità della morte del folclore giapponese, vicinissime alla figura del cupo mietitore). Questo sinistro personaggio offre così a Light Yagami la possibilità di rendere possibile il suo folle sogno.

Come comincia Death Note

Anche nel film, diretto da Adam Wingard (regista di pellicole quali Blair Witch e The ABCs of death), il giovane Light Turner trova il quaderno per caso e, appena inizia a sfogliarlo, scopre un elenco lunghissimo di regole per il suo appropriato utilizzo. Non sa però dell’esistenza di Ryuk, che gli sta alle costole come un’ombra.

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Alla prima apparizione della spettrale creatura, perciò, il giovane rimane terrorizzato, ma a discapito del suo grottesco aspetto Ryuk non vuole fargli del male, anzi gli propone due possibilità: provare il quaderno o rinunciare al suo possesso, cosicché dopo una settimana lo shinigami possa riprenderselo e trovargli un altro proprietario. Dopo qualche secondo di esitazione Light usa il Death Note, scrivendo il nome di un bullo della sua scuola. La scioccante morte di quest’ultimo convince il giovane sull’immenso potere dell’oggetto. L’omicidio di prova sarà solo l’inizio di una lunga serie di esecuzioni compiute da Light Turner, dietro incoraggiamento dello shinigami ma soprattutto di un’affascinante quanto strana cheerleader. La ragazza in questione si chiama Mia, l’unica a sapere del Death Note di Light, dato che lui stesso gli ha confessato di possedere tale strumento di morte. Grazie a questa mossa Light riesce a conquistare il cuore della singolare teenager, con il quale fa coppia fissa come dei moderni Bonnie e Clyde.

Gli omicidi progettati dal duo presto diventano famosi in tutto il mondo, tutti firmati con lo pseudonimo di Kira (la parola killer secondo la traslitterazione in alfabeto katakana della lingua giapponese). Nascono persino sette dedicate al culto del fantomatico dio giustiziere. Naturalmente le loro azioni criminose attirano anche le attenzioni delle agenzie governative e dell’Interpol. In particolare richiamano però l’interesse di un bizzarro detective incappucciato che si trova a Tokyo, ad indagare in un locale dove degli esponenti della Yakuza (la mafia giapponese) si sono uccisi a vicenda. In questo bagno di sangue non manca ovviamente la firma del famigerato Kira. Riuscirà questo singolare investigatore, conosciuto ai media come “L”, a consegnare alla giustizia il pericolosissimo Kira e fargli scontare così tutti i suoi reati?

Differenze con l'originale

Questo film presenta molte differenze con l’opera originale: Light Turner risulta troppo ingenuo e con un personale senso della giustizia, diversamente da Light Yagami, che invece non si fa scrupoli a controllare anche persone innocenti per le sue macchinazioni; Mia, nel fumetto Misa, è invece decisamente cinica e manipolatrice, quasi quanto il Light originale; il Ryuk cinematografico è palesemente più maligno e subdolo dell’originale, spettatore neutrale degli eventi; il detective L si dimostra più incline all’azione e al rischio (soprattutto quando scopre che il suo assistente Watari è morto per colpa di Kira) , rispetto alla sua controparte nipponica molto più riflessiva e cauta.

Delusione per il live action Netflix

La grave pecca di questa pellicola è la ripresentazione dei soliti e scontati cliché delle pellicole statunitensi (il protagonista geniale ma socialmente svantaggiato, che riesce tramite un fatto inaspettato ad ottenere la sua rivincita, la stantia figura del padre poliziotto vedovo per colpa della malavita e molti altri ancora). Una nota di merito al film la si può conferire a Willem Dafoe (attore che interpretò il Green Goblin, storica nemesi di Spiderman, nella trilogia diretta da Sam Raimi) che ha saputo rendere Ryuk ancora più diabolico e minaccioso, grazie alla sua interpretazione e al fatto che lo shinigami rimanga spesso nelle tenebre, penetrate solo dalla luce colore cremisi dei suoi occhi. Da tenere conto anche la piccola partecipazione dell’attore Masi Oka (famoso soprattutto per aver interpretato Hiro Nakamura, uno dei protagonisti della serie tv Heroes). La presenza di questi nomi celebri non basta però a far apprezzare il film ai fan. Personaggi mancanti o snaturati dei loro caratteri, un Death Note che fa accadere eventi surreali persino per il quaderno originale e molte altre dettagli fanno storcere il naso agli appassionati del manga e dell’anime. Trascurando però il divario che esiste tra questo prodotto e l’opera originale, il film non è di certo un capolavoro, ma neanche questo disastro totale. La pellicola ha comunque delle scene d’azione e involontariamente comiche che intrattengono gli spettatori e bisogna inoltre rendersi conto che non è così facile convertire gli archetipi della società giapponese in quelli americani (un esempio fallimentare di questo processo è evidente in Dragon Ball Evolution, trasposizione americana dell’opera di Akira Toriyama). Un fiasco secondo la fetta dei fan puristi, ma che può risultare un film discreto e abbastanza godibile per i neofiti e i profani del settore.