Anne Alexandra Bacchetta è un’artista a 360° gradi, con una conoscenza e una sensibilità stupefacenti, in grado di coinvolgere e condurre, tramite le sue creazioni, in luoghi dell’ io e mondi onirici che ci accompagnano a sentimenti e introspezioni, che solamente i grandi maestri sono in grado di svelare.

Come è nata la sua passione per la scultura?

Ho iniziato a scolpire da piccola, nelle cucine di mio padre che ha avuto una lunga e stellata carriera.

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I miei materiali sono stati abbastanza inusuali: ho imparato a scolpire rose da una patata, draghi da una carota, fiori di marzapane e svariati soggetti di burro.

Le mie sculture diventavano di anno in anno più interessanti e complesse ed essendo autodidatta perfezionai una tecnica tutta mia, fino ad arrivare ad imponenti sculture di burro e luci, come “Ariel”.

Più miglioravo, più mi dispiaceva perdere i lavori, una volta serviti i buffet. Le mie erano infatti sculture decorative in una materia lattea, soggetta al deperimento.

Questo mi spinse a convincere un amico formatore a trovare il modo di fare uno stampo in silicone per poi ottenere la cera persa per la fusione in bronzo.

La prima scultura, di grandi dimensioni, realizzata sia in burro che in bronzo è “Clizia”.

Questo mutamento nella composizione dei materiali l’ ha soddisfatta?

Capii che non era quella la strada da intraprendere perché c’era un insegnamento da cogliere, qualcosa che mi spingeva oltre l’attaccamento.

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In quel periodo venni a conoscenza di un’antica pratica buddhista che consiste nel produrre enormi sculture in burro di Yak per poi lasciarle sciogliere al sole. I monaci si allenano in questo modo al non attaccamento, allo scorrere delle cose e con esse, della vita.

Decisi di provare… più realizzavo opere in burro e mi sforzavo a non attaccarmi ad esse, più mi venivano nuove idee per altre opere.

Più le guardavo sciogliersi al sole, più capivo che il linguaggio dell’Arte fa sentire qualcosa di eterno anche nella nostra dimensione d’ impermanenza.

Ciò che sopravvive è il pensiero di chi produce l’opera, il ricordo di chi ne fruisce e il sentimento che li lega entrambi.

La vita la messa davanti a situazioni limite, come ha influito tutto ciò sul suo flusso d’ introspezione artistica?

Nel luglio del 2009, una terribile alluvione distrusse l’albergo della mia famiglia, ricoprendolo di fango. Non ci era rimasto più nulla. Nella disperazione del momento, la mia bambina mi fece notare che eravamo stati fortunati ad essere vivi perché avevamo perso solo delle cose.

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Compresi il perché del costante esercizio al burro, allenamento alla perdita di ciò che avevo costruito, accettazione della distruzione, ma pensai anche che quello tsunami di fango che ci portò via tutto, avrebbe avuto molto da ridarmi. Allora iniziai a modellare la creta, senza rendermi conto che in realtà ero io ad essere modellata.

Tante volte le dure dita di questa inflessibile maestra che è la vita, hanno penetrato il mio costato, come se fosse creta da dividere, togliendomi quasi il respiro.

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La sua figura artistica è arricchita da una consapevolezza della vita e del mondo che ci circonda molto profonda e questo si rivela nelle sue sculture, come riesce a incanalarlo nelle sue opere rendendole così coinvolgenti?

Ho compreso che il dolore può essere una buona cosa. Perché un’artista, dal mio punto di vista, è una persona che sente in modo profondo e vero. E questo sentire è così forte che trova nell’arte uno sfogo libero ed immediato.

Flaubert diceva che lo spirito dell’artista comprende il linguaggio dei fiori e delle cose mute, ha la capacità di penetrare nelle pieghe delle cose e degli esseri.

Va oltre la rappresentazione della realtà per far sognare.

Le sculture che presenta per Brerart 2017 presso lo Showroom Foster fanno parte della collezione “ Age Vert “, da cosa nasce questa serie?

Il nome della collezione è nata dalla mia ammirazione per la famosa scultrice Camille Claudel che creò l’ Age Mûr , una delle sue sculture più conosciute. Dato che io mi considerò, ancora, acerba, rispetto alla sua maestria, ho voluto dare questo nome a questa serie. Le sculture che ho realizzato raffigurano tre fasi dell’adolescenza : Le Rocher de Coraline raffigura l’inizio dell’adolescenza e lo scoglio rappresenta un oggetto a cui ci si può aggrappare e a cui si possono raccontare i mutamenti del mondo interiore causati dall’ incertezza della giovane età. L’ Unicornolo è la fase intermedia in cui ci si “dondola” in un moto incessante tra l’età adulta e quella fanciullesca. Il Salto è il momento in cui c’è una pulsione per compiere il salto definitivo verso la maturità e spiccare il volo verso il proprio futuro.

Lei è un’artista a 360° gradi e realizza anche meravigliosi quadri/scultura, uno delle sue opere “Ederapsodia “, che rappresenta il raggiungimento di quella fusione tra musicista e strumento che permette alla musica di vivere e fiorire, è esposta al CAM Garibaldi sempre per la manifestazione sopracitata il cui tema è fuoco, pensa che questo concetto sia caro agli artisti?

In un libro affascinante, lo storico dell’arte Costantino d’Orazio, veste i panni di Michelangelo e conduce il lettore all’interno dell’anima e del cuore del Buonarroti. Raccontando in prima persona, presta la voce all’artista. In un passo di questo libro si legge: “Caro nipote, oltre alla mia eredità, voglio farti custode delle mie memorie. Voglio raccontarti cosa mi ha spinto a creare, perché non ho mai sentito fatica. Voglio confessarti i momenti in cui sono stato sul punto di crollare e come mi sono rimesso in piedi. Voglio condividere con te la fiamma che arde ancora nel mio petto, perché m’è rimasta solo la voce per farla bruciare. Perché io sono ancora uno scultore. Io sono fuoco”.

Questo fuoco, alimentato dal vento della passione e dall’ossigeno della dedizione, è ciò che ha tenuto in piedi Michelangelo, nei suoi momenti più cupi di sconforto, ma è anche ciò che lo ha spinto a misurarsi in un’incessante sfida con se stesso e che gli ha permesso di soddisfare qualcuno che amava.

Credo che ogni uomo o donna che trova nell’arte il suo nutrimento, viva dello stesso fuoco.

Si fa arte perché ci si vuole mettere in discussione, sfidare il proprio limite, comunicare un vissuto, condividere un’opinione, trasmettere un’emozione, persino rendere qualcuno fiero di noi.

Cosa vuol dire fare arte per lei?

Fare arte significa comunicare, cioè interrogare in modo più o meno aggressivo oppure diffondere un messaggio che quieta gli animi. Qualunque sia l’intento, se l’arte è frutto della verità del sentire, si concretizza nel sentimento d’amore verso il prossimo.

Penso a una madre con suo figlio. L’amore è incommensurabile, ma la comunicazione non è sempre tenera. A volte lei lo sgrida, altre volte lo sostiene, o ancora lo fa sentire importante ma sa anche quando opporsi ai suoi capricci con “no” costruttivi.

L’arte è come una madre amorevole, il suo compito è quello di amare.

Data la sua spiccata sensibilità e conoscenza, come consiglia, ai visitatori della mostra collettiva di Brerart 2017 presso il CAM Garibaldi, di approcciare le opere esposte?

Credo che le opere esposte debbano anche essere osservate dalla prospettiva della comunicazione coinvolgente che trasmettono. Che il fuoco sia più o meno rappresentato, dovrebbero provare a sentire col cuore che cosa vi comunica ogni opera. Non è sempre necessario capire razionalmente. Cercate di scoprire attraverso le sfumature dei colori, le forme, i chiaroscuri, il messaggio che è lì ad attendervi. La trasmissione del pensiero nell’arte, come la trasmissione della vita, è opera di passione e di amore e, siccome tale, non si può spiegare a parole.

Altrimenti avrei fatto il critico d’arte, non la scultrice!!!

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