Il 17 ottobre 2017 alla Libreria Mondadori Duomo, nel cuore di Milano, si è tenuto l'incontro Il sapere degli italiani: tre scrittori raccontano il nostro rapporto con la conoscenza e l'ignoranza", nell'ambito dell'iniziativa Panorama d'Italia: tutto il meglio visto da vicino curata dai giornalisti di Panorama.

Tre scienziati a confronto su lingua e conoscenza

I protagonisti erano il filosofo Giulio Giorello, il linguista e Presidente dell'Accademia della Crusca Francesco Sabatini e l'astrofisica e autrice di libri fantasy di ottima qualità e di grande tiratura (3 milioni di lettori, traduzioni in 18 lingue) Licia Troisi.

Tutti autori di recente di nuovi libri, con Mondadori o con altri editori: Sabatini ha appena pubblicato una Lezione di italiano. Grammatica, storia, buon uso; Giorello, L'etica del ribelle; mentre la Troisi uscirà in libreria il 24 ottobre con Il fuoco di Acrab.

Noi italiani siamo ignoranti?

Le questioni trattate riguardavano prima di tutto la lingua e le discipline che la studiano. Ha un ruolo la scarsa abitudine a leggere o l'uso invalso di un italiano televisivo sciatto e scorretto nel fatto che nei telequiz televisivi si sentano risposte come "il versante italiano del Monte Bianco si trova in Sardegna"? Ce ne dobbiamo preoccupare? E che cosa possiamo fare per migliorare il livello di conoscenza degli italiani?

Francesco Sabatini ha ricordato che il tasso di analfabetismo in Italia nel 1860 era pari all'80%.

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Non si tratta di dire che siamo ignoranti, però, secondo il linguista, ma di riconoscere che l'italiano era una lingua d'élite, diffusa da geni come Dante, Petrarca e Ariosto, ma non è mai stato adottato da una struttura politica prima dell'Unità d'Italia, a differenza del francese e di altre lingue europee. Inoltre i vari stati pre-unitari non si occupavano molto di istruire la popolazione, e si è arrivati forse fino al 1950 perché ci si occupasse seriamente a livello politico di unificare linguisticamente il Paese.

La scuola e la televisione bastano a garantirci un adeguato livello di conoscenza?

Compiti che poi sonos stati assolti in parte dalla scuola, dalla radio e dalla televisione, che però non sempre ci forniscono una lingua sufficientemente precisa per cogliere le novità del mondo attuale. Inoltre non impariamo le altre lingue, non facciamo abbastanza divulgazione perché è diffusa la mentalità che il parlare difficile sia inscindibile dalla cultura, e si è avversi per esempio alla letteratura di genere della Troisi o al fatto che le persone si acculturino contemporaneamente di scienza e di materie umanistiche come propone Giorello e come faceva il suo mentore Ludovico Geymonat, che ingaggiò addirittura una battaglia culturale con i vertici del Partito Comunista e l'intero mondo della cultura per promuovere un collegamento tra la Filosofia e la Scienza.

Complessità dell'argomento

Tutti i relatori hanno concordato che siamo davanti a un fenomeno complesso, e soprattutto Sabatini ha insistito sul fatto che a livello scolastico devono essere propugnati due concetti: il valore del linguaggio, che è il vero tratto distintivo dell'homo sapiens dal resto del mondo animale, e il valore della lettura, che attraverso meccanismi dati proprio dal funzionamento della nostra vista che scorre porzioni di testo e connette i segni scritti con la lingua parlata di cui siamo più o meno in possesso dai primi anni di vita, crea un insieme di effetti neurologici importanti e dal valore positivo.

Bisognerebbe insomma che fin dalle elementari fossero stimolati non tanto gli studi grammaticali, quanto l'attitudine a leggere e possibilmente a essere talmente allenati a farlo da provare passione per i libri. Una cosa che oggi non prova molta gente. Perfino al Politecnico di Milano, un tempio dell'educazione di alto livello, Giorello si è trovato davanti a studenti che chiedevano di non dover studiare più di un libro all'anno.

I grandi studiosi parlavano con parole semplici

Questo mentre per esempio Galileo e de Finetti, per citare un fisico e un matematico [VIDEO] molto importanti a cui l'Italia ha dato i natali, erano ottimi scrittori che usavano eleganti - e chiare - parole, e poche formule, in libri come Il Saggiatore o Il dialogo sopra i massimi sistemi del mondo. Se si vuole si può parlare anche di Darwin, che narrò con grande "forza comunicativa" il viaggio della sua nave Beagle e la teoria trattata nelle Origini delle specie.

Oggi, per concludere, siamo spesso disturbati dall'ignoranza, che in alcuni casi è addirittura oggetto di vanteria: per alcuni, ha osservato Troisi, è un vanto dire: "Non so niente di Fisica, nemmeno la forza di gravità"... Siamo ingabbiati nelle regole che Internet, che non è solo uno strumento ma anche un ambiente, si sta lentamente creando... Ci troviamo di fronte a esempi non solo lessicali, ma etici negativi, come i politici che si fingono laureati, quando in realtà non lo sono... Abbiamo a volte problemi di snobismo, o di eccessiva burocrazia che frena la passione per la conoscenza che di per sé sarebbe estremamente sviluppata, dei nostri giovani...

Il mondo del futuro è donna... e senza "razze"

Possiamo però almeno rallegrarci di due cose: le parole sindaca, medica e ingegnera, anche se con significati leggermente diversi da quelli odierni, esistevano già dal Trecento nella lingua italiana, e quindi vale la pena fare un piccolo sforzo per fare valere la parità di genere e abituarsi a un modo di parlare che non è politically correct, ma proprio corretto grammaticalmente, anche perché un discorso vive di concordanze (non posso scrivere "Troisi" in una frase e "lo scienziato" in quella dopo senza perdere in chiarezza). E possiamo essere finalmente sicuri che la parola "razza" in italiano puro significa non "tipo della specie umana", bensì "azienda di allevamento cavalli". Poi ognuno può decidere se aderire al movimento di coloro che vogliono depennare questa parola ad esempio dalla Costituzione italiana, o smettere solamente di usarla. Comunque si sa finalmente che è scorretta, anche qui non solo perché lo dice qualche scienziato i cui studi non vengono magari da lui stesso adeguatamente divulgati, ma proprio per la stessa tradizione millenaria della lingua di Dante.