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Occupa tutto il secondo piano del Palazzo delle Esposizioni – e anche un pezzo del primo – la mostra Mangasia, ancora in corso fino al 21 gennaio e organizzata dal giornalista ed esperto di #fumetti Paul Gravett. È un viaggio che non si limita ai manga giapponesi ma che cerca di recuperare manufatti, informazioni ed esempi anche da altri paesi del continente asiatico – in special modo la Cina, Taiwan, Hong Kong, le Filippine, l’India, la Thailandia, il Vietnam, la Corea del Nord [VIDEO] e la Corea del Sud, a cui appartengono le testimonianze, i volumetti e le tavole più ricorrenti subito dopo quelle di origine giapponese.

Non sono solo tavole originali, albi e bozzetti a farla da padrone, ma c’è spazio anche per le testimonianze video sul lavoro dei fumettisti giapponesi, sui miti di origine indiana e sulle varie declinazioni del fumetto in altri media – che si tratti di film, serie tv, musica, cosplay o persino installazioni artistiche.

Fra miti e politica, il fumetto abbraccia ogni argomento

Divisa in sei sezioni, ognuna individuata da un colore diverso dei pannelli che ospitano le descrizioni delle opere in mostra e su cui poggiano le teche che proteggono tavole e volumi, Mangasia si snoda lungo i corridoi del secondo piano, accompagnando il visitatore in un viaggio tematico che parte dalla collocazione geografica dei paesi i cui fumetti [VIDEO]sono oggetto della mostra.

È la volta poi di come ogni popolo rilegge miti e fiabe antichissimi in chiave contemporanea e pop, che si tratti de Il Viaggio in Occidente, della pletora di yokai – gli spiriti maligni dello scintoismo giapponese – o di adattare il Mahabharata e il Ramayana – poemi epici indiani. C’è spazio anche per la politica, nella terza sezione in bianco e nero, tutta dedicata a esplorare come il fumetto e le graphic novels possano diventare veicolo di rivolta o mezzo per informare i lettori di violenti massacri accaduti che hanno macchiato la storia del paese (come ha fatto Keum Suk Gendry-Kim in Corea del Sud) o dei danni provocati da eventi reali catastrofici – è il caso di Bophal Gas di Sarbajit Sen, che racconta il disastro ecologico provocato in India dalla fuoriuscita di gas tossico dagli impianti della Union Carbide.

Ad accompagnare i fumetti in mostra in questa sezione c’è anche una breve tavola cronologica che riassume gli eventi politici più rilevanti accaduti nel continente asiatico dalla fine dell’Ottocento ad oggi, a dimostrazione che non importa la latitudine, l’urgenza di usare l’arte del fumetto per denunciare e non solo per intrattenere appartiene a ogni popolo.

Più colorata e interattiva è la quarta sezione, che si concentra sugli autori dietro i fumetti, sulle loro idiosincrasie, sulle storie che raccontano come si disegna un fumetto e quante difficoltà accompagnano un lavoro non sempre ben retribuito e spesso a rischio di censura. Al centro del corridoio una piccola casetta ospita da un lato il tavolo da disegno tradizionale di un fumettista, dall’altro un computer, dove i programmi digitali aiutano gli artisti a proseguire il loro lavoro ricorrendo ai più moderni ritrovati tecnologici, mentre più avanti su uno schermo viene mostrata, passo per passo in una lunga intervista, la giornata di lavoro tipica di un mangaka giapponese come Kazuhiro Fujita.

Fra censure e pop-art c’è ancora tutto un mondo da esplorare

Uno spazio a parte, protetto dagli sguardi casuali dei visitatori, è dedicato alla quinta sezione, quella che illustra le censure che troppo spesso e volentieri ricadono sul fumetto di genere horror ed erotico e su come i fumettisti abbiano cercato di aggirare i paletti imposti dalla legge. Questo spazio ospita un approfondimento non solo dedicato alle tavole più esplicite di artisti giapponesi, vietnamiti o filippini, ma anche ai fumetti a tematica LGBT o, per meglio dire, soprattutto alle declinazioni più o meno stereotipate dell’amore omosessuale affrontate dal genere yaoi e yuri – rispettivamente storie su coppie gay e lesbiche dirette a un pubblico prettamente eterosessuale di lettrici e lettori, in cui l’elemento erotico la fa da padrone rispetto a qualsiasi tentativo di rappresentazione verosimile della realtà – molto popolari e commerciabili nell’universo editoriale giapponese.

L’ultima porzione della mostra è dedicata alla crossmedialità e a tutte le declinazioni che un fumetto può assumere, una volta che abbandona le pagine di carta. C’è spazio per le storie che hanno finito per diventare serie tv o approdare al cinema, per i coloratissimi cosplay di personaggi dei fumetti e per gli abiti ispirati alla loro estetica estrema, per la pop-art e per installazioni gigantesche – come la bambola gonfiabile gigante di Takano Aya, realizzata in onore delle anime dei defunti, che occupa una sala tutta per sé.

L’impressione finale che si ricava una volta usciti dalla mostra, è quella di un colorato stordimento unito alla voglia di approfondire, perché – se un difetto bisogna trovare in Mangasia – sta nell’estrema sinteticità di molti degli argomenti trattati. Mangasia non è però una mostra monografica, quanto piuttosto un primo e riuscito tentativo di aprire uno squarcio sul variegatissimo panorama fumettistico asiatico – che alberga in un continente sterminato, dalle tradizioni molto più diverse fra loro di quanto non possano apparire a un distratto sguardo occidentale.

Si apprezza sia la volontà di mostrare al visitatore approcci artistici molto diversi sugli stessi temi, sia la consapevolezza di dover offrire un quadro socio-politico e storico, per permettere a tutti di collocare le opere nella loro giusta cornice. Sicuramente Mangasia è un buon punto di partenza per chi voglia informarsi sul panorama generale del fumetto in Asia e, soprattutto, per chi voglia approfondire lo studio di questa o quella espressione artistica in un singolo paese – e a cui si consiglia di consultare anche il catalogo della mostra, ricco di informazioni e immagini e ben curato. #Giappone #musei