«Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento». Quando si visita il museo della Follia: da Goya a Maradona, bisogna solo immergersi e lasciarsi trasportare nel marasma delle oltre duecento opere che il professor Vittorio sgarbi ha raccolto in anni di lavoro. Il Museo della Follia ha girato l'Italia e finalmente è si è fermato da Napoli, dove ha incantato, dallo scorso 3 dicembre, già migliaia di visitatori. Le opere esposte toccano le più diverse epoche: da Goya a Bacon, passando per Ligabue e Maradona. Già, Maradona, il genio indiscusso del pallone. Quello stesso genio con cui la follia spesso si accompagna.

L'omaggio a Napoli

Diego Armando Maradona è presente attraverso le radiografie del suo piede, che riprendono l’innaturale posizione di alcuni suoi gol storici, tra cui quello messo a segno contro l’Inghilterra, durante i quarti di finale di Messico ’86.

Una strana mistura che comprende Arte, medicina e calcio. Sgarbi lo ha spiegato, mettendo il calciatore argentino al pari di Caravaggio: «non esiste un capolavoro indiscusso come non esiste un genio indiscusso. Fino a Caravaggio la vita di artisti è inferiore all’opera. Con lui la vita diventa arte. Come in Maradona. In entrambi l’esistenza passa per un abisso che non santifica. Maradona è il Caravaggio del Novecento. E io lo porto in un museo». Ma l'omaggio alla città di Napoli, alle sue mille contraddizioni, al fascino, al sacro che si mescola al profano, non finisce qui. Un corno, anzi, Il Corno Reale, opera di Cesare Inzerillo, in prestito da una collezione privata, sovrasta tutto il resto con i suoi 3 metri di altezza e celebra la scaramanzia proverbiale di un intero popolo.

Una sola protegonista: la follia

Ma il centro nevralgico dell'intera mostra rimane la follia, quella vera degli artisti schizzofrenici, i cui disegni abbondavano sulle pareti dei manicomi di mezza Italia, e quella presunta, delle vittime innocenti di un sistema sbagliato, che fino agli anni '70 fagocitava qualunque cosa non fosse stata reclamata da altri.

Una triste pagina della storia del nostro paese, infatti, parla con la voce dei bambini rinchiusi nei manicomi perché non avevano altri posti dove andare. Sussurra con la voce degli ultimi, dei dimenticati, dei rinchiusi per le loro idee non perfettamente parallele a ciò che poteva essere il pensiero comune predominante. Ce lo ricorda Alda Merini, che accoglie i visitatori della mostra con qualcuno dei suoi oggetti personali e la sua voce, che accarezza l'anima di chiunque abbia deciso di intraprendere questo piccolo viaggio.

Ma ciò che veramente tocca dentro, sono le oltre cinquanta facce, organizzate in una griglia illuminata al neon, dei ricoverati nei manicomi italiani. Volti che provengono dalle cartelle cliniche stipate negli archivi polverosi, di molti degli ospedali psichiatrici ormai abbandonati.Tra fotografie, dipinti e sculture, il Museo della Follia, in mostra fino al 27 maggio a Napoli, racconta un'altra realtà. Non piacevole, non rassicurante, ma graffiante, arrabbiata e meravigliosamente dignitosa per tutti coloro che fino ad oggi non hanno avuto voce.