Temi sociali e molto attuali quelli protagonisti della cerimonia dei #Pulitzer 2018. Dal Russiagate alle molestie sessuali, sia in campo politico che nel mondo del cinema, fino a toccare la questione dei profughi e del Muro tra Stati Uniti e Messico, firmato dal presidente americano Donald Trump.

I vincitori

In tutto sarebbero circa una ventina le categorie premiate alla Columbia University quest’anno. Per il servizio pubblico troviamo vincitori il New York Times ed il New Yorker, che con le loro notizie sulle vicende di Harvey Weinstein, ex manager di Miramax accusato di molestie sessuali ed aggressione, si aggiudicano la targa.

È ancora la prima delle due testate newyorkesi a finire sotto i riflettori grazie ad una serie di cartoni che raccontano le impensabili peripezie che una famiglia profuga originaria della Siria deve affrontare per riuscire ad accedere negli Stati Uniti.

Tema dell’immigrazione trattato in senso lato anche dall’Arizona Republic e da Usa Today, che parlano in una serie di servizi dell’ormai purtroppo celebre Muro che il presidente americano avrebbe intenzione di edificare come linea di demarcazione netta tra il suo paese ed il Messico.

La novità dell’anno andrebbe però da ricercarsi nel campo musicale, vedendo incoronato il rapper Kendrik Lamar, il primo artista né di musica classica né jazz nella storia dei Pulitzer a vincere il premio.

Ma il vincitore più discusso sarebbe il Washington Post, che si è guadagnato il premio nella sezione ‘Giornalismo di inchiesta’.

Discusso perché a portarlo alla vittoria sarebbero due inchieste, il Russiagate [VIDEO]e la denuncia rivolta a Ray Moore per molestie sessuali ai danni di alcune ragazze (tra cui una anche minorenne all’epoca dei fatti), scomode a #Donald Trump e da lui giudicate clamorose ‘fake news’.

Uno smacco per il signor presidente

Era stato infatti proprio il Washington Post a portare a galla le presunte influenze russe durante le elezioni presidenziali del 2016. Ma è sempre lo stesso giornale ad aver causato la passata di mano tra repubblicani e democratici dello stato dell’Alabama.

Grazie alla messa in luce delle colpe del candidato senatore Moore (sotto l’ala di Trump), esso era stato infatti sorpassato e vinto dal democratico Doug Jones, portando ad un cambiamento radicale sia per la storia politica dello stato, da anni sotto il controllo repubblicano, sia per lo spettro di influenza del presidente sulla nazione (oltre che per la sua immagine pubblica notevolmente deteriorata).