Alla fine, s’è rivelato per ciò che ci si aspettava. Sono parecchi anni, ormai, che Nas pare in grado di confezionare dischi Rap di qualità con una facilità ed una forza ispiratrice disarmanti, tanto che forse abbiamo cominciato inconsciamente a dare per scontata la grandezza di ogni suo nuovo progetto.

Sei anni di silenzio

“Life Is Good”, targato 2012, ci aveva presentato un veterano la cui aura d’impari vigoria sembrava volgere al crepuscolo, frastornato tra il mai semplice ruolo di genitore di una figlia che cresce troppo in fretta e la frustrazione di un matrimonio disneyano crollato sotto una fitta e fatale tempesta.

Kelis non c’è più, Destiny è ormai una donna: Nas ci aveva lasciati con queste ricorrenti sentenze, impresse a fuoco nelle ultime pagine di un libro che doveva raccontare soltanto la storia di un ragazzino del Queensbridge, venuto quindi dal nulla, che aveva trovato nelle rime un’alternativa ai revolver; si moriva, nella New York reaganiana, che fosse per il crack o per mano di uno stick-up kid freddo come il ghiaccio.

Nas aveva vissuto e raccontato tutto questo, sì, ma se ormai “la vita era bella”, significava che l’uomo non aveva più nulla da spartire con quel bambino tanto introverso appassionato di poesia.

Lo sapevano tutti, anche i meno perspicaci, che l’hip-hop avrebbe continuato a scorrere nelle vene di Nas fino al giorno del suo ultimo respiro, ma sei anni di silenzio avevano dato adito a teorie e supposizioni, alcune campate per aria, altre più ricercate, che riportavano alla stessa, fatidica domanda: quale nuovo fuoco sacro avrebbe incendiato il suo bisogno di esprimersi?

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Rap

Ed ecco che, improvvisamente, dalle inaccessibili sale dove le sorti del mondo vengono decise, gli Stati Uniti d’America sputano sulle quinte la figura di Donald J. Trump, ed è da allora che tutto cambia.

Nuove motivazioni

Per gli attivisti del black power, per la scena hip-hop e quindi per Nas, la spaventosa ascesa di Trump ha significato la necessità di tornare alle origini, riaprire vecchie ferite che si credevano cicatrizzate e riesumare una sintassi che nell’America post-11 settembre pareva ormai desueta.

Ci sono dunque dei bambini, sulla copertina del nuovo album, “Nasir”: il futuro afroamericano è contro un muro di mattoni, con le mani in alto, e due dei pargoli reggono tra le mani delle armi da fuoco. Nessun sorriso. Nas vuole frastornarci con un déjà vu, e l’oculato dettaglio di presentarci un’immagine in bianco e nero (la foto è datata 1988) vuole sarcasticamente rimembrarci che la storia – ahinoi – segue una traiettoria circolare, mai piatta.

Le tracce che compongono l’opera sono soltanto sette, tutte supervisionate da un apparentemente lucido Kanye West, ed ognuna di esse è un richiamo alla natura indomita dell’uomo nero trapiantato negli USA, che mai giace con entrambi gli occhi chiusi nella sua branda e sa bene che, per sua sfortuna, con l’elezione di un repubblicano temuto anche dai più radicali repubblicani, l’illusione di una nuova alba di pace etnica caldeggiata dall’amministrazione Obama non può che essere ricacciata in fretta e furia nel cassetto delle speranze tradite.

Anche la musica, come la sopramenzionata copertina, richiama un’epoca che non corrisponde a quella attuale: le melodie non seguono il filone minimalistico che ha fatto la fortuna di tanti, troppi beatmakers oziosi, ma ricordano le pennellate ruvide di DJ Premier, le sviolinate vintage di J Dilla e proprio lo stesso Kanye West della prima ora, quello umile e quasi timido che scosse il mondo con “Jesus Walks” e “Diamonds from Sierra Leone”.

“I think they’re scared ouf us!”, urla Nas in “Not for the Radio”, il ribelle brano che apre il disco, vomitando senza esitazione tutta una serie di curiosi ed inquietanti aneddoti che, nel loro insieme, formano quello che è il vero corpo storico degli Stati Uniti, esule da quanto ingenuamente insegnato sui libri di storia e prova inconfutabile di un equilibrio alle fondamenta tutt’altro che solido.

“Nasir”, in sostanza, è un disco che fa della rabbia il suo leitmotiv: una rabbia non più pungente, bensì diretta, concentrata e liberatoria, frutto dell’esasperazione e dell’incredulità per un’atmosfera politica e sociale fattasi improvvisamente rovente, a discapito di ogni più perversa previsione.

La valenza didattica dell’opera

Non ci sarà la gloria che spetta ai fenomeni pop e radio friendly, per questo disco: le stornate masse, fin troppo inclini ad escludere l’idea che l’arte possa (e debba) essere uno strumento per agitare le acque dall’indotto torpore, preferiranno tenersi alla larga da questo lavoro, convinti che per capire e ragionare sui problemi dell’America basti ascoltare di tanto in tanto “Ghetto Gospel”, quasi a volersi ripulire la coscienza dall'imperizia tipica di chi sente, ma non ascolta.

Per tutti gli altri, invece, “Nasir” sarà una chiamata alle armi, un pugno d’orgoglio sul petto, la luce che illumina la giungla di cemento. Nas, dal suo podio, non vuole guidare la rivolta, perché per lui quel tempo è passato: il suo compito è di entrare nel cuore e nella testa di chi ha qualcosa per cui vivere e, ancor di più, qualcosa per cui morire, nelle vesti di quel Sun Tzu di cui gli afroamericani avranno un disperato bisogno per sopravvivere al futuro che li aspetta.

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