Era da un po' che il bellunese Marco Paolini non "calava" giù dalle sue montagne verso la pianura veneta, come ha scherzosamente affermato nell'intervista concessa dopo lo spettacolo "Nel Tempo degli Dei. Il Calzolaio di Ulisse", andato in scena al Teatro Sociale di Rovigo il 4 febbraio. Amichevole e satollo degli applausi ripetuti e fragorosi ottenuti dagli spettatori, con i giornalisti non ha dischiuso i "perchè" del suo ultimo lavoro attoriale immerso nella reinterpretazione di un mito come quello di Ulisse, ma ha preferito consegnare al pubblico quella parte di anima narrante che resta integra, intangibile, inviolabile, pur rotolando come un cerchio magico sul palcoscenico per plasmare il linguaggio delle emozioni.

"D'altra parte - ha affermato - non c'è nessuna possibilità di dare carne ed ossa ad un mito, se qualcuno si mettesse a fare Charlie Brown sul palco vi deluderebbe e questo vale per qualsiasi cosa si proponga. E' bene tenere radicalmente distanti un'essenza come il mito dalla forma che se ne presenta".

Il contatto fra mito e rappresentazione

L'incontro, però, ci deve pur essere. La storia che il Teatro raccoglie deve pur essere offerta, magari limata, ma espansa con una giovinezza nuova nonostante i suoi mille e mille anni.

Nel testo scritto da Marco Paolini insieme a Francesco Niccolini e assegnato alla regia di Gabriele Vacis, il valore evocativo del mito è "acchiappato" da una risonanza, una eco, un ritmo. La suggestione sta in un'onda sonora che diviene parola e guida i movimenti sulla scena scanditi come in una danza. "Questa è la storia dell'Occidente e tutto contiene: dal primo istante, quando nulla esisteva, e un giorno cominciò ad esistere, a partire proprio da quelle misteriose, ambigue capricciosissime entità che questa storia muovono: gli Dei - scrivono gli Autori in alcune note di commento - soffermandosi su un Ulisse "Ex guerriero ed eroe ridotto a calzolaio viandante che da dieci anni cammina verso non si sa dove con un remo in spalla".

L'intento e l'inganno della direzione

Le direzioni non sempre sono chiare, la volontà umana è infranta da quella divina e a muovere la mano degli eroi omerici sono divinità implacabili. Le astuzie fraudolente, come la costruzione del Cavallo di Troia, sono punite e sappiamo che Dante le colloca nell'Inferno. Nel mito sbriciolato e ricomposto da Marco Paolini, il centro è un gorgo oscuro e inguardabile addensato intorno ad una parola, quasi un soffio, sillabato durante lo spettacolo con costernazione: "Ecatombe".

Ulisse è il Re che al suo ritorno ad Itaca compie la strage dei Proci che insidiavano Penelope e dissipavano il suo regno, ma, si domanda lo scrittore, attore, sceneggiatore bellunese: "Quale sarebbe oggi la nostra reazione se un qualsiasi reduce di una guerra, dal Vietnam, all'Iran, all'Afghanistan, facesse la stessa cosa?".

Un lavoro che non finisce mai

La tournee di "Nel Tempo degli Dei" dura da più di un anno ma in ogni replica è come se si segnassero i puntini di sospensione su un lavoro non ancora terminato. L'andrenalina si rinnova ogni sera insieme al pubblico ed ai compagni di scena: la strepitosa cantante e attrice Saba Anglana dalla voce sconfinata e sorprendente che interpreta le donne di Ulisse, i due giovanissimi e talentuosi Vittorio Cerroni ed Elia Tapognani, nelle parti, rispettivamente, del pastore e di Telemaco, il cantante e musicista Lorenzo Monguzzi che dà corpo e voce al Dio Crono che divora i suoi figli, la delicata violoncellista Elisabetta Bosio che è la dea Pallade Atena.

La costruzione dello spettacolo sembra oscillare su un doppio codice drammaturgico: la sacralità e la sua, non dissacrazione, ma frantumazione per il rilascio dell'umano, delle sue debolezze, da osservare, talvolta, con divertita indulgenza, con l'irruzione della comicità che nella commedia umana induce alla risata. Che cosa ha rappresentato, però, per Marco Paolini tornare a Rovigo? "E' stato come approdare sull'isola di Calypso - è la risposta - la ninfa che voleva regalare l'immortalità ad Ulisse, un luogo un pò remoto ma bello".

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