Marco Ferradini torna in radio con un brano dedicato alla Lombardia. Il singolo, terzo estratto dal suo ultimo album di inediti “L'uva e il vino”, esce in un momento particolarmente drammatico per la Regione, fortemente colpita dall'emergenza coronavirus. Abbiamo fatto una chiacchierata con la storica voce di “Teorema”. Ecco cosa ci ha raccontato.

Un omaggio alla Lombardia

La nostra domanda di rito: dove ti trovi e cosa vedi intorno a te?

“Mi trovo in Brianza. Intorno a me c'è un po' di natura. Ho la fortuna di non essere in mezzo alla città, ma in un ambiente dove si respira”.

“Lombardia” è un brano contenuto nel tuo disco del 2019, ma esce in questi giorni come singolo. Potremmo definirlo un omaggio alla Regione più martoriata dal Coronavirus?

Sì, è una canzone dedicata alla mia terra.

Quando è scoppiata l'emergenza, mi è venuto spontaneo darle luce e pubblicarla come singolo. Se ci pensi, esistono decine di canzoni dedicate a Napoli e a Roma, ma pochissime a Milano o alla Lombardia, come se questa terra non ispirasse abbastanza sentimenti”.

Quali sentimenti t'ispira?

“Mi ricorda di quando ero giovane e, dalle colline di Como, mi sono trasferito nel capoluogo. Milano mi ha aperto le braccia permettendomi di realizzare i miei sogni: suonavo, conoscevo persone. È la città che più di ogni altra ti permette di aprire la testa, perché era ed è ancora la più europea”.

Cosa ti piace oggi della città Ambrosiana?

“Negli ultimi tempi era risorta, voleva diventare quella che non era mai stata.

I milanesi lavoravano e basta, camminando con gli occhi “buttati” per terra e con la testa presa dai pensieri. Quello che mancava era un ambito umano, quella piazzetta dove tu vedi un alberello e sogni di viverci. Quando vedi un posto e ti viene voglia vi abitarci, vuol dire che hai creato qualcosa di speciale.

A Milano, prima, non accadeva. Adesso, invece, i milanesi si guardano intorno, osservano le facciate dei palazzi, si sono accorti che è una città dove puoi vivere oltre che lavorare”.

Gli esordi nei locali milanesi

Le tue prime esperienze musicali sono state proprio a Milano. Ti va di raccontarci che atmosfera si respirava in quel periodo?

“Poteva capitare di camminare in centro storico con un fodero vuoto della chitarra e magari trovavi un talent scout che ti invitava a salire nel suo ufficio per fargli ascoltare qualcosa. Quando camminavi nelle vie sentivi la musica uscire dalle cantine. A quel tempo, i gruppi si riunivano negli scantinati e suonavano come matti. Il mio primo gruppo l'ho formato in un locale vicino via Venini, dove ora c'è il Giardino degli Artisti: uno della formazione si era ammalato e così chiesi di prendere il suo posto. Presi la chitarra, mi misi davanti al microfono e loro si convinsero”.

Dove si svolgevano i primi concerti?

“C'era un club in corso Vittorio Emanuele. Si chiamava “Tricheco al Corso”. C'era grande entusiasmo, i giovani erano scatenati e la musica era il loro portabandiera.

Era un periodo magico ed è esattamente ciò che manca adesso. Non esistono i posti dove suonare ed è una cosa vergognosa. Con i giusti spazi si rimetterebbe in moto la filiera di musicisti e di appassionati”.

Tornando al triste presente, in questi momenti di difficoltà, cosa ti ha scosso di più?

“I camion militari che portavano le bare fuori dall'Ospedale di Bergamo. Una cosa da film di fantascienza. Quando spariscono le persone anziane, sparisce la storia. Hanno dentro sé un vissuto. Sono stati partigiani, hanno fatto la guerra, hanno ricostruito l'Italia. Ognuno di loro è un libro e li vedi sparire come mosche”.

Di questa situazione, cosa ti fa arrabbiare di più?

“Le grandi “capocce” hanno lasciato che gli anziani si ammalassero.

Questo non lo concepisco. Si fanno grandi progetti, c'è grande inventiva ma poi di fronte a un'emergenza del genere mancano i tamponi e le mascherine... è come andare nel deserto senz'acqua. Nel 2020, trovarsi così impreparati è indecente. Questa cosa mi fa molto incazzare”.

Tu sei testimonial dei City Angels. un'associazione di volontariato che aiuta i senzatetto, nata proprio a Milano nel 1994. Come vi siete incontrati?

“Mi ha chiamato Mario, il loro “capo”. Mi ha detto che era un mio fan e che gli avrebbe fatto piacere conoscermi. Mi sono reso subito disponibile a cantare o fare qualsiasi cosa avessero bisogno. È una realtà molto bella che fa capire cos'è Milano”.

Cos'è Milano?

“Una città generosissima anche se sembra fredda e inospitale.

Una città concreta, calorosa, che non è mai andata a dormire. Ti faccio un esempio”.

Prego.

“Sono stato in Svezia con mia figlia. Si racconta di quanto sia un Paese moderno, avanzato e con uno stato civile invidiabile, eppure sono rimasto sconvolto da una cosa: a Stoccolma, quando cammini per strada, nessuno si guarda negli occhi. Mancano gli sguardi. Dicono che è per via della privacy, ma io lo trovo drammatico! In Italia, incrociare lo sguardo è sintomo di curiosità, è sapere che esisti, è come dire “io non ti conosco ma ti sto salutando!”. In Svezia c'è il rifiuto dello sguardo altrui”.

Gli artisti che vivono di serate nei pub, nei locali di provincia, le piccole compagnie teatrali, i deejay, tutto il mondo dello spettacolo e dell'intrattenimento sta vivendo un momento drammatico.

Dall'alto della tua esperienza professionale e umana, cosa ti senti di dire a questi artisti che vedono un futuro poco roseo?

“È una condizione molto italiana. La nostra politica non considera la musica come arte da valorizzare e in questo momento lo si percepisce ancora di più. Bisognerebbe andarlo a dire in Parlamento per sensibilizzare, ma lì dentro ci sono persone a cui non gliene frega niente, che ascoltano la musica per conquistare la fidanzata, niente di più. Purtroppo saremo gli ultimi a risalire sul palco perché abbiamo le band e portiamo pubblico. Questo è dovuto al fatto che noi italiani, da stolti quali siamo e al contrario di altri Paesi come per esempio i francesi, non siamo in grado di unirci per valorizzare il nostro patrimonio.

Chi produce il vino si fa i fatti propri; chi produce la mozzarella pensa al suo. La musica italiana nel mondo è rappresentata solo dal canto lirico, che è bellissimo ma non tiene conto della modernità”.

La città meneghina cosa può fare per venire in soccorso?

“Se i locali milanesi che scelgono di far suonare i giovani pagassero meno tasse, ci sarebbe una nuova generazione di musicisti che impara a suonare con gli strumenti e non con il computer e che potremmo esportare all'estero. E poi c'è un'altra questione...”

Quale?

“Le radio trasmettono troppa musica straniera! Vorrei vedere se un deejay italiano venisse sostituito da un americano, scelto in quanto tale. I circuiti radiofonici dovrebbero aiutare la musica italiana”.

Nel 2019 è uscito il tuo undicesimo album di inediti “L'uva e il vino”. Come descriveresti questo disco?

“Uno dei più belli che ho fatto. È spontaneo, avulso dall'ambiente musicale attuale. Per realizzare i tredici brani non ho guardo in faccia a nessuno. I suoni mi rappresentano: sono un po' acustici, un po' country, un po' anni '80 come piace a me. Il mio mondo musicale è questo. Per esempio, “Lombardia” è un quadro all'acquarello: è una canzone sentimentale senza tinte forti. “L'uva e il vino” è un disco non commerciale e mi ci ritrovo perfettamente dentro”.

I consigli musicali di Marco Ferradini

Qual è la tua canzone del cuore?

“Let it be” dei Beatles. Quando l'ascolto mi vengono i brividi.

Ma anche “Nessun dorma” di Puccini: ogni volta ho le lacrime agli occhi e capisco il potere della musica”.

Qual è l'artista che ascolti più spesso in questo periodo?

“Cat Stevens e Claudio Baglioni. “Strada facendo” è l'album più bello fatto in Italia: melodie bellissime, canzoni capolavoro. Baglioni è un grande della musica italiana. Le sue melodie immortali lo rendono il Puccini attuale”.

È un complimento gigantesco! Ne sarà felice...

“Se lo merita. Io mi chiedo: perché l'Università di Parma ha dato la laurea ad honorem a Patti Smith e non a Baglioni, Lucio Dalla, Vecchioni o a un'artista italiana? Perché proprio lei?”.

Hai trovato una risposta?

“Certo! Non sapevano come vendere i prosciutti e i formaggi e si sono inventati questa iniziativa.

In questo modo gli americani hanno scoperto Parma e si sono interessati ai prodotti. È stata un'operazione commerciale. Noi ci freghiamo da soli, dando per scontato che gli altri sono meglio di noi. Queste cose vanno dette. Non dobbiamo lasciare che gli altri usino i nostri spazi!”.

Il nuovo singolo di Marco Ferradini "Lombardia", estratto dall'album "L'uva e il vino", è disponibile su tutti i digital store.

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