Il 27 luglio ha compiuto 80 anni Bugs Bunny, il celebre coniglio dei cartoni animati made in Usa. Un mito che in Italia debuttò a fumetti con il nome di Bubi Balzello o Lollo Rompicollo, prima di acquisire il nome originale nel '59 e diventare per la Warner Bros quel che Topolino è per la Walt Disney.

La storia di Bugs Bunny è un racconto ben più intenso di quel che possa sembrare, con sfumature politiche, sociali e soprattutto ironiche.

L'esordio

Proprio il 27 luglio 1940, Bunny, apparve per la prima volta come protagonista del cortometraggio d'animazione americano "A Wild Hare" ("Caccia al coniglio" nella versione italiana) in cui Taddeo, un cacciatore, tenta inutilmente di catturare il leprotto, troppo acuto e furbo per lui.

Compie quindi 80 anni la celebre star del cinema: un'ottima occasione per rivisitare i frammenti più singolari del suo interminabile curriculum.

In realtà la prima timida apparizione si ebbe già nell'aprile 1938 in un altro "cartoon-metraggio" anch'esso firmato Warner Bros, chiamato "Porky's Hare Hunt" (in Italia "Un coniglio imprendibile): una versione decisamente poco "Bugs Bunny", ancora lontana dal disinvolto alter ego, ma che già presenta la caratteristica vivacità. Questo primo modello, in particolare la risatina e la personalità, verranno poi riadattate ad un altro mitico personaggio d'animazione: Picchiarello, della Walter Lantz Production. Lo stesso infatti fu il doppiatore dei due soggetti, Mel Blanc, voce del coniglietto dal 1940 al 1989 e del picchio dal 1940 al 1941, ma anche, sorprendentemente, di Beep Beep, Willy il Coyote, titti, Taz, Duffy Duck ecc.

(non a caso fu nominato "l'uomo dalle mille voci").

Le tentennanti comparse si spargono per qualche altro paio di filmati fino al 1939, anno in cui Gil Turner (animatore e fumettista statunitense che collaborò al progetto) iniziò a nominare l’animaletto “Bug’s Bunny”, tradotto come “il coniglietto di Bugs”, proprio perché il principale disegnatore fu Ben “Bugs” Hardaway.

Nacquero così il nome del personaggio, il concetto, il carattere e la sua personalità “bugsy” (pazzerello, instabile), con la sua furbizia e sfacciataggine, che sfociarono nel cinema degli anni Quaranta.

Ehm… che succede amico?”, la frase che fin da subito lo rese inimitabile, diventa il tormentone dei successivi episodi: anche questi saranno abbastanza saltuari, ma vanno man mano a delineare il sarcasmo e originalità del nuovo soggetto, in modo da creare un perfetto fulcro per il suo sviluppo che nei decenni a seguire lo condurranno ad un lungo e raro percorso di affermazione.

Perchè tanto successo?

Il personaggio ha avuto diverse metamorfosi. Anzitutto da evidenziare i cambiamenti grafici da parte dei disegnatori: i primi episodi mostrano un bianco leprotto anonimo (senza nome e con pochi attributi), la cui apparizione non aveva certo intenzione di creare una leggenda, piuttosto a dare un semplice personaggio (anche se dalla vivida attitudine) alle vicende. Poi si passa ad un Bunny più colorato, non solo esteriormente, ma anche più acceso e presente nelle battute; la forma del muso successivamente assume più armonia, diventando più tonda, e il corpo più slanciato, che adotta sempre più una linea “antropomorfa”. Importantissime invece le mutazioni comportamentali: si passa da un coniglietto più timoroso ad un disinvolto divo, intelligente, abile pensatore dalla battuta sempre in canna; pare quasi una perfetta personificazione di una star del cinema che supera i vari provini e trova un forte senso motivazionale proporzionale ai successi (sia contro i nemici, che nel mondo cinematografico).

L’abilità degli ideatori fu soprattutto quella di “adattare” il personaggio a ciò che possiamo definire “onda sociale”: Bugs Bunny non è solo un leprotto furbetto che rosicchia carote, ma è soprattutto una scaltra e astuta chiave di lettura del popolo. Gli anni della sua nascita sono momenti globalmente tragici: si è nel mezzo della seconda guerra mondiale e specie gli Stati Uniti, appena reduci del massacro di Pearl Harbour (7 dicembre 1941), subiscono un’evoluzione delle masse che passano da un’inclinazione isolazionista (anche se di parte, e non del tutto non-interventista in quanto rifornivano di armamenti gli Alleati) ad una posizione sinonimo di concitazione bellica (le produzioni militari raddoppiano e la disoccupazione, grazie alle fabbriche di guerra, cala dal 14,6% al 1,9% in soli 5 anni); basta pensare che al Congresso un solo voto fu in opposizione all’entrata nel conflitto contro le forze nipponiche.

Ecco il primo indizio che potremmo considerare per avvicinare Bugs Bunny alla cultura americana di quest’epoca: “Course You know this means war!”, (“sai che questo significa guerra!”, aforisma che deriva dal comico di New York Marx Groucho, modello da cui basarono varie sfumature di Bugs,) l’altra celebre battuta immancabile che il coniglietto ripete alle minacce o alle barbarie dei nemici “Looneys” (folli); una frase perfettamente associabile non solo all’attentato del 7 Dicembre, ma al contesto storico statunitense (anni in cui ci fu la dichiarazione di guerra al Giappone [VIDEO]):

Un paladino della giustizia contro i “prepotenti”, come Taddeo, il cacciatore che cerca di fucilarlo ad ogni occasione, oppure Yosemite Sam, altro acerrimo nemico pistolero dalla “Gangster Attitude”, più tanti altri intimidatori (Marvin il Marziano, Willy il Coyote, Rocksy e Mugsy ecc.).

Ma la lista degli “enemies” si fa interessante quando le puntate della serie “Merry Melodies” iniziano ad includere i “veri” nemici degli Stati Uniti. Il 22 aprile 1944 esce “Nips the Nips”, tradotto come “mordi il giapponese”, una virtuale rivincita sulla questione “Pearl Harbour”, in cui il giapponese-medio vine deriso e sopraffatto dall’intelligenza a stelle e strisce del coniglietto; non mancano i riferimenti diretti, in forma cartoonesca, all’evento citato, con Bugs Bunny che ad inizio scena canticchia un brano dei “The Ink Spot” dell’anno 1942, un cartone tra l’altro censurato per il forte messaggio “politically incorrect”.

Successivamente il 13 gennaio 1945 (quindi circa alcuni mesi prima della fine della guerra) la Warner Brothers rilascia “Herr meets Hare” (“Il crucco incontra la lepre”), una completa parodia del nazismo e del popolo tedesco, dove Bugs deride Hermann Göring (generale dell’esercito nazionalsocialista) e nella cui scena finale compare una burlesca caricatura del Fuhrer che si spaventa alla vista di un “Stalin-Bunny”.

Non sono gli unici esempi di un Bugs Bunny politico: il coniglio fu infatti al centro di uno spot pubblicitario pro-finanziamento della seconda guerra mondiale; la Warner Brothers Pictures fu attivissima in materia propaganda durante il conflitto, includendo allo show altri “Looney Tunes characters” quali Duffy Duck o Porky Pig.

Questo fu quindi il periodo in cui emerse l’eroe, il mito che proseguirà anche nel periodo post-guerra: la sua personalità è quella del vincente, di colui che parte svantaggiato, ma che assistito dall’astuzia e dall’ingegno riesce sempre ad avere la meglio nelle difficoltà, una sorta di “fetta del sogno americano”, perfetto “theme” dagli anni Sessanta in poi.

Un personaggio che non può fallire nel quotidiano e nel cinema a patto di evitare l’arroganza da “bullo”.

Infatti, durante la progettazione dei vari episodi, ci si chiese se il rendere un personaggio troppo vincente e spavaldo potesse influire negativamente, rendendolo invece un antipatico spaccone; la soluzione fu proprio presentare Bugs come vittima delle provocazioni dei “bruti”, evitando quindi di assegnargli l’etichetta di “attaccabrighe”. Una pensata che - insieme alle altre - creerà l’emblema della rivalità decennale con Topolino della Disney.

Ma la serie di risultati non finisce qui: la Warner Bros segue perfettamente l’attualità e i gusti del pubblico (produce un medio-metraggio contro l’uso di sostanze stupefacenti) ed esce ancora con Space Jam nel 1996, dove si assiste alla simbiosi NBA e Looney Tunes; Bugs Bunny diventa socio del campione Michael Jordan e il film riassume di nuovo l’esaltazione del personaggio.

La piattaforma di ricerca dati e database-info americana “YouGov” pubblica poi nel 2018 una ricerca in cui emerge che ben l’11% del pubblico statunitense ama il coniglietto più di qualunque altro personaggio animato della storia.

Tutt’oggi nuovi episodi continuano a spopolare: si pensi che il sito di sondaggi “Ranker”, posiziona i “Looney Tunes” al secondo posto dei cartoni animati più visti di sempre (dopo Tom & Jerry), e al primo posto considerando i “millennials”.

E alla fine?

In conclusione è impossibile collocare Bugs Bubby lontano dal grande cinema: tre candidature all’Oscar, un’influenza globale che ha ispirato anche altri classici oggi intramontabili, come per esempio la personalità del capitano Jack Sparrow.

Alla fine è impossibile collocarlo lontano anche da noi: ha accompagnato epoche completamente diverse fra loro, così lontane, avvicinandole con un comune denominatore. L’antipatia che qualcuno potrebbe provare, pur rimanendo strettamente autonoma e personale, sarà sempre addolcita dalla sigletta iniziale che precedeva sempre un “Warner Bros Cartoon”, o dalla spassosa entrata “Ehm… che succede amico?”… Una sorta di catapulta nel passato, in quel mondo che Bugs Bunny e co. hanno caratterizzato per diverse generazioni.

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