Con Unsapiens, il suo nuovo album pubblicato lo scorso 24 ottobre, Leo Pesci porta in musica uno sguardo sincero e senza filtri sulla società di oggi. Artista napoletano trapiantato a Londra, unisce radici partenopee e influenze nu-jazz, soul e hip-hop per raccontare un mondo che corre veloce e consuma troppo, ma ascolta poco. Il risultato si è tradotto in un disco che parla di identità, disuguaglianze, emigrazione e resistenza culturale, ma sempre con quella punta di ironia che rende il suo linguaggio diretto e umano.
Dopo aver avviato la sua carriera come produttore e compositore, Leo Pesci, con già diversi progetti alle spalle, si lancia in una nuova avventura con Unsapiens e spera di lasciare un messaggio anche a tutti i suoi ascoltatori.
'La musica è la mia chiave per esprimermi': un viaggio nel mondo di Leo Pesci
In questa intervista, Leo ci accompagna dietro le quinte di Unsapiens: da dove nascono i brani, cosa rappresenta la lingua napoletana per lui e quale messaggio spera arrivi a chi lo ascolta. Un viaggio breve ma intenso dentro la sua musica — e dentro la nostra realtà.
Partiamo dall’inizio: chi è oggi Leo Pesci e cosa ti ha portato ad essere ciò che sei diventato?
Leo Pesci oggi è semplicemente una persona che continua a cercare, osservare e tradurre il mondo in suono. Ho viaggiato molto, ho vissuto in contesti diversi, ma porto dentro la curiosità di chi è cresciuto al Sud — una realtà ricca di cultura ed empatia, ma povera di risorse e opportunità.
La musica è stata la mia chiave per esprimermi e raccontare la realtà che mi circonda.
Questo nuovo album sembra essere a metà tra uno sguardo riflessivo al presente e uno nostalgico al tuo passato, alle tue radici. Cosa rappresenta per te Unsapiens?
Unsapiens è una riflessione sullo stato delle cose. È un album che nasce dall’osservazione del presente, ma affonda le radici nel mio passato e nella mia identità. Parla di ciò che siamo diventati come specie e come società, ma anche di chi prova ancora a pensare, a sentire, a dubitare. È un atto d’amore verso la consapevolezza.
Hai scelto di scrivere tutto in napoletano: una lingua, un’identità, una bandiera. Quanto è importante per te restare fedele alle radici?
Scrivere in napoletano per me è una necessità, non una scelta strategica. È un caso che mi sia trovato in un’epoca in cui il “mercato” della musica napoletana è particolarmente fiorente. È la mia lingua emotiva, quella con cui riesco a dire tutto, anche il non detto. È un atto di resistenza culturale: significa difendere una musicalità e un’identità che il tempo e l’omologazione rischiano di cancellare. Il napoletano è una lingua sonora, tronca nelle vocali finali, e per questo particolarmente adatta alla musica.
Nel disco parli spesso di una società che corre troppo e pensa poco. Ti capita mai di sentirti anche tu “unsapiens”, come il titolo suggerisce?
Assolutamente sì. Il titolo nasce proprio da quella consapevolezza: nessuno è immune a questo modo di vivere.
Anch’io mi sento “unsapiens” quando mi lascio trascinare dal ritmo imposto dalla società, che confonde velocità con progresso. Viviamo immersi in un rumore costante, dove l’apparenza ha sostituito il pensiero. Unsapiens è il mio modo per fermarmi un attimo e farmi delle domande.
Ogni brano sembra fotografare una sfumatura della società. Qual è la canzone che per te cattura più verità e che rappresenta meglio il tuo modo di vedere il mondo?
Direi Pe viaggià. È un pezzo che parla di pregiudizi e libertà, di come chi parte dal Sud venga spesso visto come un disperato in fuga, quando invece è spesso solo un curioso del mondo. Ho inserito una scena di Massimo Troisi proprio per ribaltare questa narrazione.
Non mi sono mai sentito un emigrante, ma un Ulisse: siamo esploratori, viaggiatori, anime in cerca di orizzonti più larghi.
'Credo ancora nel potere dell'autenticità': la speranza di cambiamento e uno sguardo al futuro
Nonostante i messaggi forti, nei tuoi brani c’è sempre ironia e leggerezza. È il modo “napoletano” di affrontare la vita o una tua precisa scelta artistica?
Un po’ entrambe le cose. Credo che l’ironia sia una forma di intelligenza, un modo per dire la verità senza far “pigliare collera” a nessuno. È parte della cultura napoletana, ma per me è anche una scelta artistica: serve a smorzare la durezza dei temi e a renderli più umani. A volte, per parlare di dolore o ingiustizia, serve una risata.
Aiuta a non diventare troppo pesanti o troppo cinici.
Molti dei tuoi testi parlano di alienazione, disuguaglianze, fuga. Cosa ti spinge ancora a credere nel cambiamento, nonostante tutto?
Mi spingono le persone che incontro. Ogni volta che vedo qualcuno creare qualcosa di vero — che sia musica, arte o scienza — ritrovo fiducia. Credo ancora nel potere dell’autenticità, nella curiosità e nella cultura come forma di resistenza. Finché c’è chi si fa domande, c’è speranza di cambiamento.
Se un ragazzo ti ascoltasse per la prima volta oggi, cosa vorresti che gli restasse dentro dopo aver sentito Unsapiens?
Oltre alla riflessione sullo stato delle cose — di cui parlo spesso — mi piacerebbe che riflettesse anche sullo stato della musica.
Vorrei che capisse come la tradizione napoletana può fondersi con generi che non le appartengono storicamente, come l’hip-hop o il soul. La contaminazione è il futuro della musica, ma senza dimenticare le radici.
Dopo questo album, guardando il futuro, cosa ti aspetti dal tuo percorso? Dicci il tuo sogno nel cassetto.
Vorrei continuare a creare senza compromessi, collaborando con tanti altri artisti, proprio come ho fatto in Unsapiens. Il mio sogno è suonare a Piazza del Plebiscito, nella mia Napoli: significherebbe portare al grande pubblico una musica che oggi è di nicchia, ma che racconta l’anima più vera della nostra cultura.