Antonella Perrotta è figlia di madre siciliana e padre calabrese. Laureata in giurisprudenza, vive e lavora in Calabria e collabora con riviste e blog culturali. Con Ferrari Editore pubblica il suo primo romanzo, Giué (2019), cui segue Malavuci (2022), finalista al Premio Nabokov 2022 per la narrativa edita. Suoi racconti sono presenti in volumi collettanei per Ferrari Editore e Divergenze Edizioni. Per quest'ultime, cura e firma la postfazione del volume di Daniela Piana, Noi, domani (2025). Nel 2023 fonda Sine Pagina, blog di libere scritture.

La scrittrice, originaria di Paola , ha concesso un'intervista esclusiva a Bblasting News nella quale ha posto l'accento sui prossimi progetti.

Da dove nasce la tua passione per la scrittura?

In realtà, la mia passione è sempre stata la lettura. La scrittura è arrivata dopo, per caso, da un sogno. Una notte ho sognato mio nonno che mi raccontava una storia come fosse la sua, quella che in vita non mi aveva mai raccontato, e mi chiedeva di scriverla. L'ho fatto, l'ho scritta, ma non l'ho mai pubblicata. Sto ancora cercando il modo giusto per riscriverla, uno che sia degno di lui. Per questo, gli ho dedicato la mia prima pubblicazione, Giuè. Da lì ho continuato. Ho capito che avrei potuto utilizzare la scrittura come strumento di denuncia delle storture sociali, delle contraddizioni umane, delle dinamiche malate.

Di ciò che non mi piace e vorrei diverso, insomma.

Quanto è importante e d'ispirazione il rapporto con Paola, la tua terra natia?

Nella scrittura ognuno porta se stesso e la propria voce. Non posso, né voglio, rinnegare di essere una figlia del Sud. Questo non significa ignorare i lati bui della mia terra, e non solo di essa. Anzi, come ti dicevo, li mostro, spesso anche con sarcasmo. Per me denunciare significa provare a curare con i mezzi a disposizione . È un mio atto d'amore, così come lo è la mia lingua che dialoga con la tradizione, rivendica le radici, le omaggia conferendo loro dignità linguistica . Quindi, la mia scrittura non può prescindere dalla mia identità, da ciò che nel bene e nel maschio conosco, da ciò che apprezzo e da ciò che, invece, vorrei diverso.

Ma, nello stesso tempo, poiché prospetta situazioni connesse alla natura dell'essere umano, riesce a parlare a chiunque, ovunque, superando i confini territoriali e aprendosi a una dimensione universale.

Il tuo romanzo “Malavuci” ha riscosso un successo di rilievo: qual è il segreto?

Grazie per l’apprezzamento. Chi lo ha letto saprebbe risponderti meglio di me. Io posso solo ipotizzare. Forse perché è ironico, spietato, poetico e doloroso al contempo. Racconta di una comunità che condanna senza sconti chi si discosta dal pensiero e dal comportamento comuni. È una storia di pregiudizio ed esclusione che, seppure ambientata nel passato, continua a essere drammaticamente attuale. Forse i lettori hanno colto non solo l’urgenza di narrare, ma anche quella di scuotere.

E forse si sono riconosciuti, a dimostrazione della portata universale della scrittura. Tutti abbiamo avuto a che fare, almeno una volta, con la viltà di Antonio o con una donna come Caterina che usa la lingua per ferire o sperimentato, direttamente o indirettamente, la sofferenza di Sasà e Lela.

Ritieni che ci sia nei tuoi romanzi qualcosa di “verghiano”, soprattutto con riferimento a storie familiari, pettegolezzi, cadute e risalite e infine l’ambientazione?

Non saprei dire. Qualche lettore ha parlato di “verghiano”, qualcuno di “realismo magico”, qualcun altro ha ritrovato in un episodio di Giuè, legato a un furto dell’acqua, Fontamara di Silone. Certo è che la letteratura si nutre di letteratura e resta, oggi più che mai, aperta alle contaminazioni.

D’altronde - come ho avuto modo di dire in altri contesti e anche sul mio blog di libere scritture, Sine Pagina - laddove nulla è permanenza non si può cercare la fissità. Io provo a rendere personaggi, ambientazioni e situazioni il più verosimili possibili, intrecciando le loro storie con la grande Storia. Spesso protagonisti dei miei scritti sono gli umili, gli emarginati, i deboli, coloro che vengono ritenuti “diversi” o “perdenti” dalla società. Ma le loro sono storie in divenire, orientate al riscatto. Non c’è mai pessimismo e rassegnazione, bensì speranza di cambiamento, individuale e collettivo. Quindi - se proprio dovessi collocarmi – parlerei di una scrittura vicina al neorealismo. Amo, poi, lo stile orale, diretto, vicino al parlato, ricerco la musicalità della parola e amo molto i dettagli sensoriali, quelli che riescono, con una sola pennellata, a regalare un’esperienza immersiva.

E questo – credo – ha ricordato il realismo magico.

Cosa puoi dirci sul tuo nuovo romanzo che uscirà nel 2026?

Uscirà nella prima metà dell'anno per Edizioni Spartaco nella collana Dissensi e, devo dire, non poteva trovare collocazione migliore. Racconta la storia di una donna che attraversa la Storia per cambiare la propria, combattuta tra il peso del passato e la ricerca di riscatto. È un romanzo di radici e di rotture, di viaggio tra Sud e Nord, di ribellione silenziosa e di libertà conquistata, che osserva le ferite e le speranze dell'Italia del dopoguerra, un'Italia sospesa tra il vecchio e il nuovo, tra l'eredità di un passato immobile e l'urgenza di un futuro da scrivere. Una storia al femminile che testimonia come la rivoluzione non sia solo quella delle piazze, ma anche quella silenziosa di chi ha il coraggio di dire “no” e sceglie di pensare e agire con la propria testa, seguendo quella scintilla di ribellione che serve a sentirsi liberi.

Un libro che ti ha cambiato la vita?

Sinceramente non so se un solo libro possa cambiare la vita. Almeno, a me non è successo. Credo, piuttosto, che siano “i libri”, la lettura in generale, a salvarci. I libri hanno un potere notevole: quello di farci accedere a più prospettive, a diverse visioni, non necessariamente simili alle nostre. Questo libera la mente, la sgombra e la deterge da preconcetti, pregiudizi, idee imposte dall'esterno, consentendoci di aprirci a pensieri-altri, di non cedere alle manipolazioni, di decostruire ciò che la società, sempre più omologata e anestetizzata, vorrebbe imporci. Quindi, no, non c'è un libro specifico che mi ha cambiato la vita. Ma ci sono “i libri” che continuano a salvarmi.

E a salvare il mondo di chi li ama.

Infine quali sono gli scrittori cui ti senti maggiormente legata e un periodo letterario da te preferito?

Non a caso ho parlato di neorealismo e di realismo magico, anche se ammiro molto anche gli autori sperimentali contemporanei che si cimentano in nuove forme espressive .