La vicenda di Rosina Bonetti, governante e amante del fratello Tullio Murri, coinvolta nel celebre caso Murri‑Bonmartini, è approdata in teatro. Bonetti fu condannata per favoreggiamento nell’omicidio del conte Francesco Bonmartini e, per la prima volta nella storia processuale italiana, le fu riconosciuta una «seminfermità mentale». Questa pena le valse una riduzione della condanna a sette anni e mezzo. Dopo la detenzione, fu ricoverata in un manicomio.

Lo spettacolo, presentato il 30 dicembre 2025, porta alla ribalta questa figura femminile controversa, sottolineando il significato storico della sua condanna in un contesto giuridico in cui si interveniva per la prima volta con periti psichiatrici in un processo penale femminile.

Dalla cronaca nera la storia diventa drammaturgia, evocando il conflitto tra fragilità mentale, condanna sociale e giustizia.

Il processo Murri‑Bonmartini

Il processo Murri‑Bonmartini ebbe inizio il 21 febbraio 1905 a Torino, trasferito da Bologna per motivi di ordine pubblico. Coinvolse diciotto avvocati e, per la prima volta, periti psichiatrici. Tullio Murri fu condannato a trenta anni di reclusione, Pio Naldi a trenta anni per complicità, Linda Murri a dieci anni per favoreggiamento e Rosina Bonetti a sette anni e mezzo con l’attenuante della seminfermità mentale considerata accertata. Anche Carlo Secchi fu condannato a dieci anni per complicità nell’omicidio. Dopo qualche tempo, la regina concesse la grazia a Linda Murri, mentre Rosina Bonetti fu internata in manicomio dopo la detenzione.

Questo processo segnò un precedente giuridico importante: si affermò per la prima volta l’intervento della psichiatria come attenuante nel diritto penale italiano, in un’epoca in cui la donna era spesso rappresentata come soggetto fragile e passionale. In particolare, Rosina fu l’unica degli imputati a ricevere tale attenuante e l’unica a non beneficiare della grazia, riflettendo profonde divisioni sociali e culturali tra famiglie di estrazione diversa.

Rosina Bonetti: il contesto sociale

Bonetti era di origini popolari e occupava un ruolo subalterno nella casa Murri‑Bonmartini. Unica imputata a non appartenere alla borghesia accademica, la sua condanna definitiva e l’internamento segnano una sofferenza che trascende il processo legale, simbolizzando il divario di classe e la marginalizzazione femminile.

Il caso divenne uno dei primi grandi processi mediatici del Novecento italiano, accendendo riflessioni sul ruolo della psichiatria, della stampa e della pubblica opinione in casi giudiziari femminili.

Lo spettacolo teatrale propone un recupero di memoria e un dialogo con un passato per molti dimenticato. Attraverso la scena, emerge il ritratto di una donna segnato da scelte estreme, condanna e isolamento. Il palcoscenico diventa lo strumento per rendere visibile ciò che la cronaca relegò all’oblio, restituendo dignità e complessità a una figura relegata tra stigmi e provvedimenti sanitari.

Il nuovo allestimento conferma quanto la memoria storica, attraverso il teatro, possa contribuire a rileggere processi e vite personali in chiave contemporanea, mantenendo saldo il rigore delle fonti e la tensione drammatica della vicenda.