Erin Kellyman e Chi Lewis‑Parry, protagonisti del film “28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa”, sottolineano come il vero orrore contemporaneo non risieda negli infetti, ma nella disumanità dei sopravvissuti. Il film, diretto da Nia DaCosta e prodotto da Sony Pictures con Eagle Pictures in Italia, arriverà nelle sale italiane dal 15 gennaio 2026.
L'orrore che riflette la realtà
Nel film, il dottor Kelson (Ralph Fiennes) si trova coinvolto in una relazione sconvolgente, capace di mettere in discussione il destino del mondo. Parallelamente, Spike (Alfie Williams) entra in contatto con Jimmy Crystal (Jack O’Connell), leader di una setta chiamata “i Jimmys”, trasformando l’incontro in un incubo.
In questo contesto, gli infetti – tra cui l’Alpha Samson interpretato da Chi Lewis‑Parry – non rappresentano più la minaccia principale: è la disumanità dei sopravvissuti a emergere come elemento più inquietante.
La disconnessione come orrore
Chi Lewis‑Parry afferma: “Gli esseri umani sono i peggiori e, allo stesso tempo, i più belli”, mentre Erin Kellyman aggiunge: “La disconnessione tra le persone… Non vediamo chi ha bisogno di aiuto… i media mostrano solo conflitti e la gente finisce per voltarsi l’uno contro l’altro”. Il film invita a non arrendersi agli altri e a non escludere chi è diverso o in difficoltà, perché anche gli infetti sono vittime. “Io, però, continuo a sperare”, conclude Lewis‑Parry.
Il contesto della saga
“Il Tempio delle Ossa” è il secondo capitolo della nuova trilogia iniziata con “28 anni dopo” (2025), ambientata in una Gran Bretagna post‑apocalittica colpita da un virus della rabbia. La regia è affidata a Nia DaCosta, con sceneggiatura di Alex Garland e produzione di Danny Boyle e Cillian Murphy. Il film esplora temi di fede, caos e sopravvivenza, spostando l’orrore dal contagio alla brutalità umana.
Il film sembra voler confermare l’impronta simbolica e rituale che DaCosta ha voluto imprimere al racconto.